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Università dimenticata

Dov’è finita l’università ? E’ in corso un dibattito intenso, a tratti estenuante, su manovra commerciale, migranti, sicurezza, reddito di cittadinanza, “quota 100” e superamento della legge Fornero, per non parlare di deficit di bilancio e di Europa. Tutti temi importanti, ci mancherebbe, anzi importantissimi. Ma della profondissima debolezza strutturale del nostro sistema formativo nessuno sembra interessarsi più di tanto. Eppure che tante criticità nascono proprio da lì. Siamo ai livelli più bassi della formazione in Europa e abbiamo gli investimenti pubblici (e anche privati) più bassi nella ricerca. Abbiamo il più basso numero di laureati e di dottori di ricerca e per di più l’età media è alta, il che spesso li porta fuori mercato. Ma la gente è ormai talmente assuefatta alle statistiche che vedono l’Italia tra gli ultimi che nemmeno ci fa più caso. E poi, come distinguere quelle vere da quelle “fake”. A chi credere?

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La verità, vi prego, sull’Università

In questi giorni le Università stanno raccogliendo le opinioni degli studenti sulle attività didattiche. A chi presenzia alle lezioni viene chiesto di rispondere a una serie di domande sulla qualità degli insegnamenti, sulla chiarezza espositiva del docente, sull’interesse verso la materia e sulle strutture a disposizione. È un rituale di valutazione che si ripete a ogni semestre. Prescindendo dal giudizio che si dà a un sistema di valutazione basato su una “istantanea” di un corpo studentesco che frequenta a piacere e che raramente studia durante il periodo di lezioni (si veda Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2016) si tratta di domande importanti. Importanti sono le conseguenze delle risposte, visto che sempre più spesso i risultati dei questionari sono utilizzati dalle “governance” degli atenei per assegnare risorse e/o riorganizzare corsi di studio e/o per le progressioni di carriera. Ma cosa sanno veramente gli studenti dei loro professori e

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Le sfumature dell’eccellenza

Nel corso degli ultimi venti anni molte università italiane hanno costituto Collegi o Scuole Superiori destinate a studenti particolarmente motivati e capaci, selezionati annualmente sulla base esclusiva del merito. Un buon numero di queste iniziative sono nate sul finire degli anni 90 a seguito di accordi di programma con il ministero – all’epoca retto da Luigi Berlinguer – finalizzati alla «sperimentazione di percorsi formativi avanzati e di alta qualificazione diretti a integrare l’attuale offerta di studi universitari nella fase pre- e post-laurea». Scuole d’eccellenza furono così costituite in diverse università (Lecce, Catania, Pavia, tra le altre). Il Collegio Superiore di Bologna fu invece costituito autonomamente dall’Università di Bologna nel ’99 con finanziamenti iniziali della Fondazione Cassa di Risparmio. In anni successivi scuole e collegi analoghi, anche con accordi con la Scuola Normale di Pisa, sono nati a Padova, Roma, Torino, Venezia, Udine e in altre sedi ancora. Sicuramente ne

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Atenei, ripartire da mobilità e job market

Quarant’anni persi forse no, ma quarant’anni di ritardo sì. La percezione di essere in ritardo traspare con chiarezza dai numerosi interventi nel forum aperto dal Sole 24 sul tema dell’università. Gli argomenti trattati nel forum sono stati tanti. Non voglio nemmeno tentare di riassumere il pensiero di altri. Aggiungerò solo qualche riflessione. Il tema del “posto” – reclutamento e carriere e concorsi  – è ovviamente tra quelli più discussi. Nei vari interventi si rafforza la consapevolezza che non è nei meccanismi concorsuali che sta la risposta alla esigenze di maggiore affidabilità del sistema di accesso all’università. L’etica viene spesso tirata in ballo, ma i richiami all’etica non evitano i comportamenti non-etici e nemmeno servono lacci e lacciuoli e norme progressivamente più soffocanti. Servono invece condizioni ambientali che rendano le cooptazioni sbagliate di qualche tribù universitaria (SSD) svantaggiose, controproducenti, dannose per il dipartimento o l’ateneo visti come insieme di singoli

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