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Perché l’università italiana non riesce a essere attrattiva

Le statistiche sull’impegno dell’Italia in ricerca e formazione ci vedono, in genere, tra gli ultimi in Europa (minori investimenti, minor numero di laureati, soprattutto scientifici, meno fondi per la ricerca di base e applicata …) e ben lontani dalle altre grandi economie europee. Ci sono due dati tuttavia che sembrano in controtendenza. Siamo terzi in Europa in quanto a numero di progetti finanziati dallo European Research Council per giovani ricercatori (ERC starting grants) e siamo al secondo posto in quanto a studenti partecipanti al programma di scambio Erasmus. Vediamo meglio di che si tratta. A conclusione della “call” del 2017, i giovani ricercatori italiani hanno ottenuto il finanziamento di 43 “starting grants”, un bel numero, che li piazza direttamente in scia dopo tedeschi (65) e francesi (48). Un posizionamento di tutto rispetto, che testimonia creatività e capacità di mettersi in gioco con proprie idee in un contesto estremamente competitivo.

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Predatory Journals e Fake CVs

“Sapere è importante, anche per cercare quello che non si sa”. Lo ricordo spesso ai miei studenti. Siccome non si può sapere tutto, lo studio deve servire anche per orientarsi tra le fonti di informazione. Serve per porre le domande giuste e per valutare la attendibilità delle risposte. Serve, in altre parole, per stabilire la “veridicità” delle fonti di informazione vuoi che si tratti di libri di testo, di pubblicazioni o del mare magnum della rete. Impresa complessa in questi tempi di sistematica demolizione – quando non di demonizzazione – delle fonti di informazione ritenute “ufficiali” (e tra queste ci sono ormai anche gli insegnanti di ogni ordine e grado). Delegittimare le fonti delle informazioni  è un modo per tagliare il collegamento tra ciò che è falso e ciò che è vero. E così succede che opinioni su temi come vaccini, terapie, alimenti, tecnologie, ma anche storia, economia, psicologia

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L’autonomia è un valore

Nel capitolo «Università e ricerca» del contratto di governo sottoscritto da Lega e M5S si legge: «Occorre inserire un sistema di verifica vincolante sullo svolgimento effettivo, da parte del docente, dei compiti di didattica, ricerca e tutoraggio agli studenti». Ragioniamoci sopra un momento. Leggendo questo punto, un “non addetto ai lavori” è automaticamente portato a pensare che all’università non esistano regole e che ognuno faccia o non faccia senza controlli di sorta. Da qui la necessità di introdurre nell’accordo come elemento qualificante anche la «verifica vincolante» dei compiti dei docenti. Cosa hanno in mente gli estensori? Che conoscenza hanno dei sistemi di verifica attualmente in atto? Parliamone. Sul lato della didattica, il docente è tenuto a indicare luogo, data, ora e argomento di ogni lezione in un registro ufficiale che, a fine corso, è firmato dal titolare del corso e consegnato alla Scuola di appartenenza. Il registro è quindi

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Più controlli sui professori universitari? Attenzione all’autonomia

Nel capitolo «Università e ricerca» del contratto di governo sottoscritto da Lega e M5S si legge: «Occorre inserire un sistema di verifica vincolante sullo svolgimento effettivo, da parte del docente, dei compiti di didattica, ricerca e tutoraggio agli studenti». Ragioniamoci sopra un momento. Leggendo questo punto, un “non addetto ai lavori” è automaticamente portato a pensare che all’università non esistano regole e che ognuno faccia o non faccia senza controlli di sorta. Da qui la necessità di introdurre nell’accordo come elemento qualificante anche la «verifica vincolante» dei compiti dei docenti. Cosa hanno in mente gli estensori? Che conoscenza hanno dei sistemi di verifica attualmente in atto? Parliamone. Sul lato della didattica, il docente è tenuto a indicare luogo, data, ora e argomento di ogni lezione in un registro ufficiale che, a fine corso, è firmato dal titolare del corso e consegnato alla Scuola di appartenenza. Il registro è quindi

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Le tre ipocrisie dei nostri atenei

Il tema “università” non ha certo dominato la recente campagna elettorale. Altre priorità. Potremmo tuttavia assumere, come “ipotesi di lavoro”, che chiunque si troverà domani a governare il Paese sappia di dover puntare sul rilancio del nostro sistema formativo, a partire dall’Università, per costruire il futuro culturale e occupazionale del Paese. Ovviamente servono risorse, e tante, ma servirebbe anche affrontare urgentemente alcune profonde contraddizioni – ma forse dovrei dire ipocrisie – del nostro sistema universitario. La prima ipocrisia è la relazione tra libere scelte degli studenti e risposta da parte dell’università. Un sistema universitario normale non è regolato da una domanda di formazione variabile, ma da una offerta definita – in maniera bipartisan – sulla base delle esigenze e delle strategie di sviluppo del Paese. So di toccare il tasto delicato della programmazione degli accessi. Un terreno continuo di scontro in nome del diritto di ciascun cittadino di accedere

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Le sfumature dell’eccellenza

Nel corso degli ultimi venti anni molte università italiane hanno costituto Collegi o Scuole Superiori destinate a studenti particolarmente motivati e capaci, selezionati annualmente sulla base esclusiva del merito. Un buon numero di queste iniziative sono nate sul finire degli anni 90 a seguito di accordi di programma con il ministero – all’epoca retto da Luigi Berlinguer – finalizzati alla «sperimentazione di percorsi formativi avanzati e di alta qualificazione diretti a integrare l’attuale offerta di studi universitari nella fase pre- e post-laurea». Scuole d’eccellenza furono così costituite in diverse università (Lecce, Catania, Pavia, tra le altre). Il Collegio Superiore di Bologna fu invece costituito autonomamente dall’Università di Bologna nel ’99 con finanziamenti iniziali della Fondazione Cassa di Risparmio. In anni successivi scuole e collegi analoghi, anche con accordi con la Scuola Normale di Pisa, sono nati a Padova, Roma, Torino, Venezia, Udine e in altre sedi ancora. Sicuramente ne

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La verità, vi prego, sull’Università

In questi giorni le Università stanno raccogliendo le opinioni degli studenti sulle attività didattiche. A chi presenzia alle lezioni viene chiesto di rispondere a una serie di domande sulla qualità degli insegnamenti, sulla chiarezza espositiva del docente, sull’interesse verso la materia e sulle strutture a disposizione. È un rituale di valutazione che si ripete a ogni semestre. Prescindendo dal giudizio che si dà a un sistema di valutazione basato su una “istantanea” di un corpo studentesco che frequenta a piacere e che raramente studia durante il periodo di lezioni (si veda Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2016) si tratta di domande importanti. Importanti sono le conseguenze delle risposte, visto che sempre più spesso i risultati dei questionari sono utilizzati dalle “governance” degli atenei per assegnare risorse e/o riorganizzare corsi di studio e/o per le progressioni di carriera. Ma cosa sanno veramente gli studenti dei loro professori e

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Atenei, ripartire da mobilità e job market

Quarant’anni persi forse no, ma quarant’anni di ritardo sì. La percezione di essere in ritardo traspare con chiarezza dai numerosi interventi nel forum aperto dal Sole 24 sul tema dell’università. Gli argomenti trattati nel forum sono stati tanti. Non voglio nemmeno tentare di riassumere il pensiero di altri. Aggiungerò solo qualche riflessione. Il tema del “posto” – reclutamento e carriere e concorsi  – è ovviamente tra quelli più discussi. Nei vari interventi si rafforza la consapevolezza che non è nei meccanismi concorsuali che sta la risposta alla esigenze di maggiore affidabilità del sistema di accesso all’università. L’etica viene spesso tirata in ballo, ma i richiami all’etica non evitano i comportamenti non-etici e nemmeno servono lacci e lacciuoli e norme progressivamente più soffocanti. Servono invece condizioni ambientali che rendano le cooptazioni sbagliate di qualche tribù universitaria (SSD) svantaggiose, controproducenti, dannose per il dipartimento o l’ateneo visti come insieme di singoli

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Vaffa Lauree

Stavo pensando di scrivere qualcosa per commentare il ripetersi del rituale delle “vaffa lauree”. Poi mi sono ricordato di aver pubblicato un intervento  su Repubblica Bologna nel 2014. Chissà? Magari oggi potrei scrivere cose diverse? E invece no … Allora ripropongo “La sessione di laurea di luglio che si sta concludendo non ci ha certo sorpreso: ore di “vaffa lauree”, anzi giornate di “vaffa lauree”. Una proclamazione ogni 10 minuti, con livelli sempre più arditi di degrado e di trasgressione. In questa sessione ho visto i fumogeni, ho sentito i petardi e le sirene da stadio, ho visto usare per la prima volta i megafoni, quelli che si usano nelle manifestazioni politiche. Quei capannelli di 15, 20 persone – uno qua, uno là, uno più in là – il laureato, gli amici e le amiche, vestiti come per un matrimonio, le mamme e le zie, qualche nipotino o fratello

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Atenei più trasparenza e mobilità

Quando il «Sole» ha pubblicato a fine luglio l’articolo sulla perpetua discussione sulle carriere universitarie con il sommario “Quarant’anni persi” sono rimasto sorpreso. Un titolo un po’ forte, ho pensato, ma si sa, i titolisti devono catturare l’attenzione del lettore. Ne è nato un thread e gli interventi che ne sono seguiti hanno disegnato un panorama in chiaroscuro della nostra accademia con diverse sottolineature sui temi delle risorse, del blocco degli scatti, del reclutamento, del dottorato, della valutazione e dell’Anvur, ecc. Andava tutto bene, si stava riflettendo in modo utile – e certamente non solo sul Sole 24Ore – sul presente e sul futuro dell’università, sulla necessità di aumentare in modo significativo l’investimento in ricerca e didattica, e sul ruolo dell’università in una società colta, scientificamente e tecnicamente in grado di confrontarsi con i Paesi evoluti. Poi è arrivata l’ennesima “concorsopoli”, con tanto – e questa è stata certamente

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Una vittoria che sa di autolesionismo

L’argomento “numero chiuso” all’università tiene banco sui quotidiani. La sospensiva imposta dal TAR alla decisione della Statale di Milano di istituire prove di accesso per i corsi di area umanistica (lingue, beni culturali lettere, filosofia ecc.) è stata salutata da molti – associazioni studentesche, molti docenti, social networks ecc. – come una “vittoria”. Il TAR in questo caso ha fatto quello che un pubblico, apparentemente vasto, desiderava: ha ristabilito il diritto degli studenti di iscriversi ai corsi che preferiscono, per i quali si sentono più portati e che meglio rispondono alla loro visione del futuro. Tutto bene quindi? Domanda retorica. Se vivessimo in un mondo ideale in cui la Cultura (ho usato la maiuscola appositamente) prevale sulle preoccupazioni umane e sulla necessità di procurarsi un salario decente una volta terminati gli studi potrebbe anche starci, ma così non è. Tuttavia parlare di sbocchi occupazionali e di salario non è un

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L’Università e quell’ipocrisia della cooptazione per concorso

Mi sono laureato quaranta anni fa, nel luglio del 1977. Quaranta anni più cinque per la laurea, trascorsi quasi tutti nell’Università italiana. La cosa non è molto importate per i lettori ma mi dà il pretesto per alcune considerazioni retrospettive. Nel ’77 la situazione occupazionale non era molto diversa da quella odierna. La disoccupazione giovanile era molto elevata e l’ingresso all’università molto difficile. Ieri come oggi, “rimanere” all’università era una chimera. Ieri come oggi, voleva dire, in primo luogo, avere una famiglia alle spalle in grado di supportare quella scelta per tutti gli anni di precariato e di incertezza che sarebbero seguiti. In effetti, se dovessi tentare di riassumere quale sia stato l’argomento più presente nella discussione universitaria in questi quaranta anni non avrei dubbi. Non il diritto allo studio, non i programmi di insegnamento, non l’internazionalizzazione, non la valutazione, non i finanziamenti alla ricerca. Direi certamente il “posto”.

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