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Gmork e il nulla che avanza

Ho concluso il mio intervento all’incontro per la presentazione delle attività del collegio superiore e dell’istituto di studi avanzati del 17 maggio 2019 con questa frase: Ma sono tempi difficili. I messaggi che ricevono i giovani sono spesso pericolosi e volgari. Studiare non serve, laurearsi non serve, meglio risolvere i propri problemi con le furbizie, le amicizie e gli accorgimenti. In fondo, oggi, siamo tutti in trincea. Stiamo tutti combattendo GMORK il nulla che avanza distruggendo Fantàsia (nella Storia infinita di Michael Ende). La vera battaglia che oggi accomuna docenti e studenti è quella per la difesa della conoscenza. Perché una società colta sa riconoscere i pifferai magici, gli imbonitori e i ciarlatani e sa affrontare meglio i problemi del suo tempo.

Nasce ParliamoneOra

La terra non è piatta, e le scie degli aerei sono fatte di vapore d’acqua. I terremoti non sono prevedibili e non sono prodotti da armi fantascientifiche. Ebola e l’AIDS non sono malattie create da menti perverse e sulla Luna ci siamo stati davvero. Fossero solo queste le verità messe in discussione, potremmo limitarci a sorridere delle tante idee bizzarre che circolano in rete. Ma non è così. Lo dimostra il proliferare di fake news, di pseudo-scienza, di false terapie per curare malattie vere. Lo dimostra il successo – apparentemente incomprensibile – di riscritture fantasiose della Storia, anche quella recente, e la riscoperta di vecchi miti su cui costruire nuove paure. Il valore della scienza e della cultura è in calo. Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni stravaganti della realtà osservabile e sciocchezze scientifiche. I giovani ricevono di continuo messaggi inquietanti e volgari, uno fra tutti che studiare non serve. Per quanto

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Internazionalizzazione dei corsi? doing the best of a bad job

L’internazionalizzazione dell’offerta formativa delle nostre università (corsi di studio, master e dottorati) è uno degli obiettivi strategici che il Ministero dell’Università e della Ricerca ci propone. E giustamente, a mio avviso. A questi obiettivi sono associati meccanismi di incentivazione. Il numero di iscritti con titolo estero o con cittadinanza estera rientra in “indicatori ministeriali” che concorrono a definire la quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario. Le università vengono premiate sulla base del numero di studenti internazionali che entrano nei loro corsi di primo, secondo e terzo livello. Uno degli strumenti che molti atenei stanno adottando, direi giocoforza, è quello di incoraggiare l’attivazione di percorsi di studio in lingua inglese. Nel 2016-2017 le nostre università hanno visto percentuali esigue di stranieri tra gli immatricolati (4.6%), gli iscritti (4.7%) e i laureati (3.8%). Le nazionalità più numerose sono quelle albanese e rumena – evidentemente meno in difficoltà con la lingua

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Test di accesso: un modo per ridurre gli abbandoni?

Il tema dei test di ammissione all’Università è un tema controverso, come tutto quello che riguarda la sfera della libertà di scelta degli studenti nel percorso di studio. Il test di ammissione è uno sbarramento da superare per accedere a un corso o uno strumento di valutazione? O serve a indirizzare? O tutte queste cose insieme? Prima di addentrarsi nei pro e contro dei test di ammissione è utile partire da qualche osservazione. Come è noto, e come più volte ripreso sul Sole24Ore (e anche da chi scrive in recenti interventi), l’Italia è all’ultimo posto in Europa come percentuale di laureati sulla popolazione attiva. Ultimo. Questo argomento viene spesso usato per sostenere la necessità del superamento delle programmazioni e dei numeri chiusi in favore della deregulation totale, scommettendo sulla apertura incondizionata dei corsi alle scelte degli studenti. Persino qualche ministro ogni tanto invoca la fine dei numeri chiusi. Idea

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E’ nata ParliamoneOra

Tutto è cominciato con questo messaggio del 27 gennaio 2019 Il “subject” era “una proposta di impegno” Care/i Scienza e cultura sono in regressione. Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni fantasiose della realtà osservabile e leggiamo sciocchezze scientifiche. Non solo questo. I giovani ricevono quotidianamente messaggi inquietanti e volgari: studiare non serve, laurearsi non serve. Per quanto paradossale possa sembrare, la stessa concezione di una società colta è sotto attacco. Per non parlare dell’Europa. Per noi universitari, da sempre, un “paesone” (UK in primis) dove noi e tutti i nostri studenti possono muoversi liberamente. Vi propongo di incontrarci per una riflessione sul “che fare?”.  Siamo docenti della più antica università… Mando questo messaggio a un primo “gruppo di contatto” e lo mando in “ccn” per evitare risposte globali. Chi è interessato risponderà solo a me e io metterò insieme una mailing list per un primo incontro. La mia idea è quella di un incontro

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Studenti e ascensore sociale

Prendo spunto da un recente incontro a Bologna con dottorande e dottorandi di ricerca internazionali per il lancio di una iniziativa di coworking incentrata sui “sustainable development goals” (SDG, obiettivi di sviluppo sostenibile) proposti dalla Nazioni Unite per gli anni a venire. Un piccolo gruppo di lavoro con dottorandi da Ghana, Etiopia, Tunisia, Pakistan, Iran, Iraq, Giordania, Lituania, Ucraina, Russia, Sud Africa e altri paesi ancora. La prima domanda era sulle priorità. Voi che provenite “dal resto del mondo” quale pensate sia, tra quelli elencati dall’ ONU, il problema più importante? Un giro di tavolo, 5 minuti a testa. Mi aspettavo risposte come “immigrazione”, “cambiamenti climatici”, “disparità di genere”, o “fame e alimentazione” e invece il denominatore comune delle loro risposte è stato nettamente “education”, la formazione. Educare le persone. In fondo cosa altro potevano dire ragazze e ragazzi arrivati a Bologna per studiare e fare ricerca da zone

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La Befana all’Università

Dopo la corsa contro il tempo per la sua approvazione, la legge di bilancio può finalmente essere studiata, anche se ex-post. Per chi si occupa di università e ricerca non è semplice estrarre le informazioni più rilevanti e, soprattutto, non è immediato distinguere tra risorse concretamente disponibili e risorse virtuali. Vediamo qualche dato. Per quanto riguarda il comparto università e ricerca, la manovra prevede incrementi di 40 M al fondo di finanziamento ordinario (FFO), di 40 M per il CNR e altri enti di ricerca vigilati dal MIUR, e di 10 M per il fondo delle borse di studio. Questi incrementi non appaiono certamente in grado di invertire la tendenza al definanziamento delle Università. 40 M di FFO rappresentano poco più dello 0.5% del fondo ordinario (che si prevede pari a 7.450M), e non sono nemmeno sufficienti a coprire i significativi incrementi di spesa corrente. Si tratta quindi di

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Caro Babbo Natale quest’anno vorrei in regalo una nuova università

Caro Babbo Natale quest’anno vorrei in regalo una nuova università. E’ un regalo impegnativo, lo so, ma è un regalo per tanti, non per pochi. Anzi sarebbe un regalo per tutti, anche per quelli che i figli all’università non li mandano. Sì, perché tutti abbiamo bisogno di insegnanti, ingegneri, medici, avvocati ecc. In fondo abbiamo tutti bisogno che funzioni bene il luogo dove conoscenza e cultura vengono prodotte e trasferite. Anche se non tutti se ne rendono conto, l’università serve per stare meglio. Cosa ci dovrebbe essere nel pacco regalo? Penso che le preferenze di chi, come me, già lavora all’università siano diverse da quelle di chi all’università vorrebbe costruire il proprio percorso professionale e ancora diverse da quelle di chi ci va per formarsi e studiare. Vediamo in cosa potrebbero consistere questi regali. Io, professore universitario avanti in carriera, vorrei più tempo, caro Babbo Natale, o – più

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Medici in fuga – uno dei (tanti) paradossi italiani

Formare un medico italiano costa ai tax payers 150.000€, euro più euro meno. Al giovane medico servono almeno sei anni di studio e di sforzi consistenti, oltre a un indispensabile supporto dalla famiglia. Il sistema universitario investe le competenze di centinaia di docenti, e il servizio sanitario nazionale le strutture cliniche e il personale di ospedali e policlinici per i periodi di tirocinio ospedaliero. Uno sforzo collettivo di ampia portata. La notizia che la Gran Bretagna intende reclutare 150 medici italiani per immetterli, con un contratto iniziale di tre anni e un consistente contributo al trasferimento, ci deve fare riflettere. Approfondiamo un momento. In realtà la notizia non rappresenta una vera novità. Fa un po’ più di clamore in epoca Brexit, ma non è una sorpresa. La stessa commissione europea, non più di un anno fa, ci informava del fatto che tra il 2005 e il 2015 sono stati

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Università dimenticata

Dov’è finita l’università ? E’ in corso un dibattito intenso, a tratti estenuante, su manovra commerciale, migranti, sicurezza, reddito di cittadinanza, “quota 100” e superamento della legge Fornero, per non parlare di deficit di bilancio e di Europa. Tutti temi importanti, ci mancherebbe, anzi importantissimi. Ma della profondissima debolezza strutturale del nostro sistema formativo nessuno sembra interessarsi più di tanto. Eppure che tante criticità nascono proprio da lì. Siamo ai livelli più bassi della formazione in Europa e abbiamo gli investimenti pubblici (e anche privati) più bassi nella ricerca. Abbiamo il più basso numero di laureati e di dottori di ricerca e per di più l’età media è alta, il che spesso li porta fuori mercato. Ma la gente è ormai talmente assuefatta alle statistiche che vedono l’Italia tra gli ultimi che nemmeno ci fa più caso. E poi, come distinguere quelle vere da quelle “fake”. A chi credere?

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PhD@ISA immigrazione culturale

Oggi abbiamo intervistato i dottorandi stranieri che hanno chiesto di entrare a fare parte dell’Istituto di Studi Avanzati. Ogni anno ne ammettiamo un piccolo numero tra quelli che hanno vinto i concorsi di dottorato di UniBo. Anche questo anno sono rimasto colpito dallo spessore e dalla determinazione di queste ragazze e ragazzi. Provenienza? La più disparata: Russia, Etiopia, Pakistan, Sud Africa, Brasile, Cina, Georgia, Moldavia, Grecia, Iran. Tre cose notevoli: molti hanno vinto “semplicemente” partecipando ai concorsi di dottorato scelti studiando le pagine web di UniBo o in virtù di qualche contatto allacciato da studenti. Selezionati perché bravi e convincenti. donne e uomini in eguale misura e provenienze “difficili”, tutte e tutti a tentare la strada dell’emigrazione culturale. Non è la stessa cosa per tutti. Pensate a una ragazza iraniana o etiope o anche russa o georgiana … di questi tempi. Incredibile capacità di adattamento e voglia di farcela

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Segnali dal futuro

Vorrà pure dire qualcosa se giornali in UK, in USA, In Italia chiedono il supporto dei lettori per difendere il giornalismo indipendente? Sì, certo, qualcuno penserà che si tratta di un modo per sfruttare a proprio vantaggio commerciale la situazione politica e i rapporti tesi con i governi dei rispettivi paesi. Può essere, anzi è così certamente. Ma resta il segnale (drammaticamente) preoccupante del deteriorarsi – anche in paesi di lunga tradizione di indipendenza della stampa – del principio di libertà di critica e di opinione. Sono processi erosivi. Sono processi che iniziano lentamente. Sassi che rotolano, uno oggi, uno domani, fino a trasformarsi – tutto in una volta – in frane che travolgono tutto. E i giornalisti – che “pure loro tengono famiglia” – cominceranno ad adeguarsi. Qualcuno lo sta già facendo. E improvvisamente diventerà sera. E improvvisamente ci si renderà conto che il mondo è cambiato malamente.