Per i nostri atenei è tempo di non chiedere solo soldi ma di avere anche nuove idee

6 gennaio 2022

Il 7 novembre scorso è entrato in vigore il DL 152 per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il DL prevede, inter alia, interventi rilevanti per scuola e università. La prospettiva di ampie risorse sta dominando il dibattito nazionale e ovviamente anche quello nell’ambito universitario.

Ma i soldi non sono tutto. Per aumentare le probabilità che gli investimenti abbiano effetti strutturali e di lunga durata è, a mio avviso, importante sfruttare l’opportunità del Pnrr per introdurre elementi di innovazione (e, perché no? di discontinuità) nei modi di ragionare su alcuni degli interventi cruciali.

Partiamo dai provvedimenti per gli studenti. Il Pnrr disciplina le borse di studio per l’accesso all’università, e prevede norme che favoriscano la costruzione di nuovi alloggi universitari. Sulle borse di studio c’è poco da dire. Ben vengano. È indispensabile tuttavia, che l’accesso ai benefici sia veramente diretto a meritevoli e bisognosi. Una sottolineatura non irrilevante nel nostro Paese. Ben vengano anche investimenti consistenti e procedure semplificate per la costruzione di nuovi alloggi per studenti. L’accoglienza abitativa, è, appunto, uno dei temi sul quale si può giocare una carta strategica e di lungo periodo, ma occorre comprendere tra i beneficiari oltre agli studenti junior di laurea triennale e magistrale anche i dottorandi e occorre allargare l’orizzonte oltre i confini nazionali offrendo alloggio a studenti e dottorandi stranieri meritevoli.

A livello dottorale il tema si interseca con la dimensione internazionale e con la ricerca scientifica. La leva degli alloggi dovrebbe servire sia per curare/mitigare l’inbreading tipico delle nostre strutture (leggasi: dalla laurea al PhD nella stessa sede) supportando la mobilità di studenti di PhD tra sedi universitarie, sia per aiutare il reclutamento a livello dottorale di giovani di altri paesi.

Vado oltre. Una scelta lungimirante sarebbe quella di puntare strategicamente sulla selezione di talenti provenienti dai Paesi dai quali maggiore è il tasso di immigrazione verso l’Italia. Perché proprio loro? (qui qualcuno sta sicuramente storcendo il naso) Perché attrarre “talenti-immigrati” servirebbe non solo a immettere giovani fortissimamente motivati nelle nostre strutture di ricerca, ma anche a creare una fascia di alta formazione in grado di agire, con la sola sua presenza, da “mediatrice culturale” sia nei confronti di chi arriva per motivi economici o solidaristici sia nei confronti di quei connazionali che troppo facilmente associano i giovani extracomunitari agli immigrati illegali.

Inoltre la convivenza in strutture residenziali di dottorandi internazionali con colleghe e colleghi italiani consentirebbe la condivisione di progetti di ricerca ed esperienze e lo sviluppo di reti che persisteranno anche dopo il ritorno in patria di chi vorrà farlo.

Altro tema importante è quello degli interventi sugli ordinamenti didattici. Il DL dà una indicazione precisa verso la interdisciplinarietà prevedendo che una parte dei crediti formativi sia riservata ad attività integrative. L’interdisciplinarietà è un’altra delle “buzz words” del momento e bisogna stare attenti che non finisca solo per accrescere l’entropia del sistema generando una giungla di piani di studio, che non è quello che serve. Il vero intervento nella direzione dell’interdisciplinarietà dovrebbe essere molto più profondo e “a monte”. Come si fa a parlare di interdisciplinarietà quando i saperi accademici sono “classificati” in qualcosa come 370 settori scientifico disciplinari. Come si fa a ragionare di interdisciplinarietà nella formazione quando occorre navigare in questo arcipelago di isolette di docenza? L’interdisciplinarietà si fa favorendo la convergenza di competenze diverse e altamente disciplinari in studi e ricerche congiunte (cioè multidisciplinari). Tuttavia, il nostro sistema – de facto – ostacola lo sviluppo di collaborazioni multidisciplinari e “punisce” gli studiosi e i ricercatori che si muovono attraverso le barriere dei SSD. Si pensi solo al meccanismo delle abilitazioni scientifiche nazionali (ASN). Quante volte in nome della coerenza della produzione scientifica tante buone idee sono state nascoste o abbandonate perché “invendibili” – o peggio dannose perché giudicate non pertinenti – per fare carriera in una disciplina? L’abolizione – o la drastica riduzione – dei SSD sarebbe il prerequisito riformatore da imporre al sistema accademico (molto conservatore su questo tema per ovvii problemi di “difesa territoriale”).

Parlando di ricerca e carriera si arriva necessariamente al terzo tema: la cronica mancanza di mobilità interuniversitaria. Bene che il Pnrr intervenga su questo punto. La mobilità si fa con le risorse. Anche qui un ragionamento critico è tuttavia necessario. Dato che non possiamo negoziare i nostri stipendi sulla base della performance professionale e dell’impegno didattico e di ricerca, la mobilità va incentivata garantendo sostegno alla ricollocazione.
Servono risorse per consentire che il docente/ricercatore che si trasferisce “da fuori” possa contare su spazi, strumenti, collaboratori assegnati ad hoc. Uno dei principali ostacoli alla mobilità è infatti costituito dalla “sindrome dei posti a tavola”: nessun dipartimento sarà veramente felice di chiamare un nuovo collega se dovrà semplicemente “fargli/farle spazio” e spartire le medesime risorse. Se poi si pensa che rimane oggettivamente più vantaggioso, sia in termini di consenso sia in termini di bilancio, promuovere un interno rispetto a “chiamare uno da fuori”, ci si rende conto di quanto sia difficile arrivare a una vera circolazione di ricercatori.

Infine un commento sulla ottima la prospettiva di assumere nuovi ricercatori sul modello dei bandi European Research Council. Anche qui, occorre superare la “ossessione parametrica” e imparare ad assumere valutando responsabilmente i curricula e le competenze e l’aderenza ai profili delineati dai dipartimenti che richiedono i posti eliminando “trucchi” burocratici, come la possibilità, per i concorsi da ricercatore, di accedere a graduatorie di altri concorsi invece di bandire posti che consentirebbero il confronto dei profili scientifici e dei curricula.

Insomma, l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr comporta, a mio avviso, la necessità strategica di snellire, liberalizzare, internazionalizzare e rendere flessibile il mercato del lavoro accademico, accrescendo le responsabilità delle strutture accademiche nelle scelte di programmazione e di reclutamento e promozione. Su questa base nuova, le 1200 nuove borse di dottorato di ricerca, i finanziamenti per progetti presentati da 2100 giovani ricercatori, il nuovo PRIN, la mobilità nazionale e internazionale dei docenti, i 15 grandi nuovi programmi di ricerca e innovazione previsti dal Pnrr non saranno solo una “ripresa” ma una occasione di crescita solida e di restituzione internazionale del nostro sistema universitario. Come ho scritto all’inizio: i soldi non sono tutto.

Share this Post