Più contaminazioni per affrontare i temi della contemporaneità

24-12-21

Prendo spunto dalla polemica scaturita dalle parole del Ministro Cingolani “a noi serve più cultura tecnica, a partire dalle scuole…”. Lo faccio non per entrare nella disputa su quante volte si debbano studiare le guerre puniche nel corso di una carriera di studente o se si sia preferibile una formazione tecnica e scientifica, quanto, piuttosto, per collegarlo un tema solo apparentemente lontano. Mi riferisco al tema-domanda “governo dei politici o governo degli scienziati?” che tiene banco, e non solo nei talk show e nei social, da quando è iniziata la pandemia.

Si tratta, in verità, di una domanda retorica dato che la responsabilità formale e sostanziale di governo è sempre in capo alla politica. La scienza può solo svolgere un ruolo consultivo. Resta il fatto che il tema è spesso sollevato, di questi tempi, quando si vogliono sostenere, più o meno esplicitamente, posizioni negazioniste e/o criticare decisioni ritenute “liberticide” da parte dei decisori politici.

Questa domanda, quando posta in buona fede, dimostra la difficoltà che ha la politica, e anche una parte non irrilevante dell’accademia, e sicuramente una gran parte della comunicazione, a mettere in contesto la scienza. Dimostra la difficoltà nel comprendere come l’apparente mancanza di certezze, la variabilità delle ipotesi, le diverse interpretazioni dei dati, non siano segni di inadeguatezza ma parte indispensabile dei processi di formazione delle teorie e dei modelli sui quali si elaborano le raccomandazioni scientifiche che la politica ha il compito di tradurre in atti di indirizzo.

Questa difficoltà deriva, a mio avviso, non già tanto dal fatto che si studi troppa Storia – cosa che non credo sia vera – ma dal fatto che si smetta troppo presto di studiare Scienza. Senza voler alimentare polemiche, non si può negare che un/una giovane che imbocca un percorso formativo universitario nelle scienze sociali e umane abbandona del tutto qualsiasi collegamento con le scienze esatte e le scienze naturali. Spesso questo abbandono avviene già dalle scuole superiori, con il risultato che il rapporto con la cultura scientifica si arresta, per molti, all’uscita dall’adolescenza e non si riapre più.

Si dirà che questo avviene, a parti invertite, anche nelle scienze e tecnologie. E’ vero. Ma mentre il mondo “fuori dalle aule” offre costanti opportunità per alimentare la cultura umanistica e sociale, è estremamente difficile comprendere il linguaggio (e i limiti della scienza) senza aver mai messo piede in un laboratorio, o osservato qualcosa al microscopio, o aver mai eseguito una misura sperimentale.

Siamo davanti a una palese contraddizione: da un lato la crescita esponenziale delle conoscenze comporta iper-specializzazione e dall’altro, la globalizzazione dei problemi richiede conoscenze trasversali e capacità di comunicazione al di là delle barriere disciplinari. Cosa si può fare? La risposta non è difficile, la sua attuazione sì. Per evitare lo sviluppo di linguaggi separati che impediscono la comunicazione, bisogna contaminare.

Pensando ai percorsi universitari si potrebbe / si dovrebbe, a mio avviso, agire su due leve principali. La prima è quella che preveda insegnamenti scientifici e laboratoriali nei corsi di studio delle scienze sociali e umane e, parimenti, insegnamenti storico-filosofici e/o socio-economici nei corsi di studio scientifici (come parte curriculare, non come “libera scelta”). Non si fraintenda: non è una “edizione universitaria del liceo”. La formazione principale sarà quella di elezione ma la contaminazione aiuterà a compensare la iper-specializzazione mantenendo vivo un linguaggio comune, transdisciplinare.

La seconda leva è ancora più complessa, ma forse più sfidante: consentire che studenti provenienti da percorsi di elezione diversa studino e lavorino insieme su progetti comuni, per esempio con progetti di tesi multidisciplinari (non interdisciplinari) a livello di studi magistrali o dottorali. La necessità di supervisione mista da parte di docenti di aree diverse sarà un ulteriore forte contributo al superamento delle barriere disciplinari tra docenti.

Sembra facile, ma non lo è. L’organizzazione della formazione universitaria è estremamente “disciplinare”. Si pensi alla “classificazione” dei saperi accademici in ben 370 settori scientifici disciplinari, alcuni dei quali microscopici. Una suddivisione che è una barriera allo sviluppo di competenze trasversali. Viste dall’alto, le nostre università hanno l’aspetto di arcipelaghi di isolette (i dipartimenti) separate da tratti di mare spesso agitati.

La strada però è questa. Costruire ponti e contaminare le diverse aree. Incentivare il “coworking” e la collaborazione dei giovani in formazione su progetti innovativi e trasversali che vedano la concorrenza di esperienze diverse, anche molto diverse tra loro, nella esplorazione di nuovi territori nuovi al confine di aree diverse. E’ il modo migliore per affrontare i problemi globali della contemporaneità (clima, salute, migrazioni, e altri ancora). Questa è la sfida oggi.

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