Che ci teniamo (delle cose che abbiamo dovuto fare per rispondere alla pandemia)?

Il tema è quello dell’università dopo la pandemia. Che università vogliamo trovare quando avremo finalmente messo in sicurezza le nostre vite grazie al vaccino? Che cosa rimarrà di questo lungo periodo di sofferenza, di improvvisazione, di reclusione? Vorremo tenere qualcosa o cercheremo di tornare il più rapidamente possibile a una normalità pre-COVID? Una normalità magari non completamente soddisfacente ma che era comunque la nostra normalità? C’è qualcosa che vogliamo tenere? Provo a dare qualche risposta basata sulla mia esperienza personale.

Il primo punto è sicuramente quello dell’insegnamento a distanza. Intendiamoci bene. Continuo a pensare (si veda il Sole del 22-12-20) che una didattica che tenga i docenti lontani dagli studenti e gli studenti lontani dagli altri studenti sia semplicemente alienante, e che diventi un autentico ossimoro quando applicata a corsi di esercitazioni o laboratori.  Detto questo, è indubbio che abbiamo imparato – gioco forza – che possiamo fare lezione ed esami parlando a una webcam. La fruizione da remoto è un “di più” dal quale non bisogna tornare indietro. Siamo realisti. Tra uno studente che non viene a lezione perché deve prendere il treno tutti i giorni alle 6 del mattino o perché non sta bene o per altri motivi e lo stesso studente che può seguire tutte le mie lezioni da casa sua, e può interloquire con me come se fosse tra quelli in aula, cosa è meglio? La didattica online, se integrativa della didattica in presenza, consente di superare barriere e di ridurre discriminazioni. Un “di più” a cui non si dovrebbe rinunciare. Si tratta ovviamente di perfezionare gli strumenti e anche i meccanismi di controllo per evitare sia i comportamenti opportunistici sia la nascita di percorsi a “due velocità”.

Il secondo punto è il telelavoro. Tutti abbiamo imparato a telelavorare, sia noi docenti sia il personale amministrativo. Sarebbe sbagliato pensare che si debba tornare indietro, spesso in uffici sovraffollati, quando è possibile, e lo abbiamo verificato nella prassi, affrontare in modo flessibile problemi di conciliazione casa-lavoro (penso ai genitori di bambini piccoli o chi ha anziani a carico) o anche semplicemente gestire meglio la propria vita.  Quindi non “lavoro agile emergenziale” ma riorganizzazione del lavoro a distanza in forme di telelavoro o di smartworking. Alcune università lo stanno già facendo. Ma ci vuole immaginazione e collaborazione anche sindacale: si tratta di lavorare per obiettivi, obiettivi verificabili con indicatori precisi che consentano ai datori di lavoro di assicurarsi che quel determinato obiettivo venga raggiunto e raggiunto nel minimo tempo utile. Il lavoro a distanza, se ben organizzato, oltre ad andare incontro alle esigenze dei singoli, può abbattere costi e rendere gli ambienti di lavoro più vivibili, diminuire gli spostamenti, ridurre l’inquinamento e l’impatto sui trasporti pubblici ecc.

Il terzo punto riguarda il corpo docente. Lavorare a/da casa non è stata certo una scoperta. Studiare, scrivere articoli o progetti di ricerca, magari in videoconferenza con altri ricercatori, rispondere alle richieste degli studenti, correggere compiti sono cose che facciamo da sempre, ma che dire delle tante attività collegiali (riunioni, consigli di dipartimento, di corso di studio, di dottorato ecc.)? Le riunioni in teams o zoom hanno consentito di abbreviare i tempi delle decisioni, eliminato i tempi morti di spostamento, ridotto i ritardi e de facto aumentato la partecipazione. Anche qui, tuttavia, occorre bilanciamento. Il rapporto informale tra docenti è una componente essenziale del tessuto accademico, così come lo è quello con il personale tecnico e amministrativo e con gli studenti. Anche qui si tratta di trovare una via “smart” continuando a svolgere online le attività collegiali routinarie ma garantendo, al tempo stesso, periodiche occasioni di riunione su temi di strategici, o per conferenze e sedute di laurea e di dottorato. Occasioni in cui ci si  possa incontrare e stringersi la mano (perché torneremo a stringerci le mani) e stare seduti fianco a fianco.

L’ultimo punto è esterno all’università ed è forse il più importante. In molti hanno capito che bisogna fare tanta ricerca. Molta più ricerca di quanta ne sia stata fatta fino ad adesso, perché, nel momento del bisogno serve una riserva di conoscenze e di competenze da mettere in campo. E’ il capitale intellettuale che garantisce la capacità di risposta e non sto pensando solo alle pandemie. Siamo un mondo in subbuglio, con una popolazione in continua crescita (10 miliardi nel 2050), con un clima che cambia, popoli che si muovono ecc… Abbiamo bisogno di prontezza, di giovani allenati ad affrontare le sfide e non solo quelle tecnologiche, e a farlo insieme ad altri, al di là degli steccati disciplinari. Si pensi alla complessa situazione socio economica che si va delineando e alla quale l’università ha il dovere di dare un contributo propositivo e di innovazione. Ricordiamolo nella discussione sugli investimenti prioritari.

Queste sono alcune delle cose che abbiamo imparato e che dovremmo conservare nell’università post-pandemia. Serve capitalizzare sui risultati positivi di questo esperimento non programmato di “damage control”. Se non lo fa l’università chi lo deve fare?

Pubblicato sul Sole 24 del 16 gennaio 2021

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