Danni collaterali

Stiamo imparando a fare tutto a distanza.

All’università internet ha permesso in modo molto rapido il passaggio da lezioni in presenza a lezioni on-line e ora sta consentendo il parziale ritorno in aula seppure “distanziati e in maschera” e con un turnover tra studenti in aula e in remoto. La cosiddetta “didattica mista” ha consentito di ripristinare, seppur in modo parziale, il rapporto tra studenti e quello con i docenti. Gran cosa e speriamo che duri anche se i segnali sono poco incoraggianti.

In questo intervento tuttavia vorrei concentrarmi su alcune conseguenze meno evidenti, ma non meno importanti, del nuovo stile di vita al quale COVID19 sta costringendo l’università (e non solo essa, ovviamente). Premetto di non avere alternative da proporre.

Primo. Non si può viaggiare. Il blocco de facto della mobilità impedisce ormai quasi completamente la circolazione internazionale degli studenti e dei ricercatori, impedisce le visite ai dipartimenti, i soggiorni brevi, gli erasmus, gli scambi di dottorandi e di postdoc. Un blocco consistente che rischia di avere conseguenze durature sulla formazione di una intera generazione di giovani studiosi e scienziati. Durante una visita – uno stage – si impara per confronto: vedere i laboratori, le biblioteche, le attrezzature, l’organizzazione del lavoro, entrare in contatto con modus vivendi differenti, sono esperienze fondamentali. Aprono gli occhi, mostrano alternative, a volte migliori, a volte peggiori, rispetto al nostro modo di lavorare e fare ricerca.

Secondo. La rete ci ha permesso di non interrompere i rapporti scientifici. Convegni, workshop e lectures sono stati riorganizzati on-line consentendo di alimentare le interazioni tra ricercatori, la condivisione di idee, la presentazione di risultati. Tutte cose fondamentali, indispensabili per mandare avanti la ricerca “open access”, quella pubblica. Senza congressi c’è meno gente che viaggia e si spendono meno soldi. Chi pensa che sia un bene si sbaglia di grosso. Non sa quanto sia importante per la ricerca la comunicazione costante e la condivisione, e quanta parte di questa condivisione avvenga in realtà fuori dai momenti istituzionali. Così come la lezione a distanza non può sostituire e non sostituirà mai la interazione tra il docente e lo studente, così il congresso o il worksop online non può sostituire la parte informale della ricerca scientifica, quella che si realizza in un coffee break o in un lunch frettoloso, o persino durante la fatidica “gita sociale” di un congresso. Non può compensare il momento in cui il senior scientist si ferma davanti al poster del giovane ricercatore e si interessa a quanto sta facendo, o la chiacchierata a tavola in cui ricercatori e ricercatrici di paesi diversi discutono delle loro esperienze, o le idee scarabocchiate sul tovagliolo di carta, lo scambio di indirizzi email, magari l’offerta di un postdoc o la richiesta di avviare una collaborazione. Insomma non può sostituire quella socialità intorno alla scienza e alla ricerca che è altrettanto importante, a volte anche più importante, del momento in cui si ascolta una lezione o una conferenza.

Terzo. Abbiamo trasferito online tutte le attività collegiali dell’università (consigli, collegi, incontri, ecc.). Per tanti versi un’ottima cosa: meno tempo perso in spostamenti, interventi più concreti, efficienza dei processi decisionali. Ma ci sono conseguenze. Già la riorganizzazione delle università prodotta dalla L240 aveva portato a una maggiore separazione tra dipartimenti e aree del sapere, eliminando quelle occasioni di incontro non formale tra docenti che erano invariabilmente associate a un consiglio di dipartimento o di facoltà in presenza. Ora non ci si incontra più, non si commenta più con il collega seduto a fianco e discutere nella “chat” è difficile. Se poi si pensa che tanti grandi atenei, incluso il mio, si accingono a eleggere i nuovi Rettori e i nuovi organi di governo c’è da chiedersi come si potranno sviluppare nuove idee senza dialettica. Le campagne elettorali per la elezione dei Rettori delle università coinvolgono l’intero corpo docente e il personale tecnico e amministrativo. Se ben fatte, le campagne elettorali in università sono momenti fertili di confronto e di crescita collettiva. E’ una parte essenziale della vita accademica che non può essere surrogata dai vari Teams, Zoom, Meet ecc.

Ho elencato criticità che, in fondo, non hanno soluzioni finché vivremo questa distopia. Ma sono danni collaterali cui riflettere perché hanno effetti di lunga e lunghissima durata.

Dario Braga

Sul Sole 24 Ore

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