Dopo i mesi di lockdown stanno riprendendo gradualmente anche le attività di ricerca nei laboratori universitari e nei centri di ricerca. Molto tempo-ricerca è andato perso.

Il tema può apparire secondario a una opinione pubblica giustamente allarmata da tante emergenze, con interi settori in ginocchio e decine di migliaia di famiglie che guardano al futuro con preoccupazione. È però alla ricerca che ci si dovrà rivolgere per trovare risposte e soluzioni ai problemi aperti dalla pandemia e  per contribuire al rilancio economico (e quindi occupazionale) del Paese.

Purtroppo il mondo della ricerca è ben poco conosciuto dal grande pubblico e anche da molti giornalisti e politici, inclusi numerosi “maître à penser” che in questi mesi hanno imperversato sui social e sulla stampa.

Mentre è stato possibile trasferire rapidamente on-line le attività didattiche, il lockdown ha fermato i corsi di laboratorio e tutte le attività di ricerca sperimentale. Quella “vita sospesa” di cui ho parlato su questo giornale il 7 aprile. Si può fare lezione, ma esperimenti, misure e test applicativi non si fanno via TEAMS o ZOOM o GoogleMeet. La formazione alla ricerca ha bisogno di incontro, confronto, affiancamento e condivisione. E’ nei laboratori di ricerca universitari che laureandi e dottorandi, come giovani “apprendisti”, compiono i primi passi nel mondo della ricerca seguiti da vicino da chi ha già esperienza. Analogamente, è nei policlinici universitari, non dimentichiamolo, che si realizza il binomio tra apprendimento e cura del paziente nella formazione del medico.

Si esce dal lockdown con uno spaventoso “deficit” di tempo-ricerca. Un danno consistente per il sistema-paese, considerando anche che molte ricerche bloccate da mesi sono in collaborazione con le industrie. Qui non è il fatturato che ne risulta compromesso, ma il gettito di progettualità, di idee e di innovazione – e quindi di opportunità – sul percorso della ripartenza che il nostro Paese deve intraprendere. Nelle università italiane operano circa 100.000 tra docenti, ricercatori e dottorandi. Se si pensa che anche solo 20.000 di essi (ed è una sottostima) abbiano dovuto sospendere il lavoro di ricerca per i tre mesi di lockdown, avremmo comunque perso 60.000 mesi di ricerca in laboratorio e sul campo, cioè oltre 5000 anni. Fa impressione, no? Il tempo, come è noto, è risorsa non rinnovabile.

La pandemia ci ha costretto a riflettere sulle nostre fragilità. Il futuro del Pianeta ha ora più che mai connotati fortemente distopici, tra cambiamento climatico, sovrappopolazione, esaurimento delle risorse del pianeta, inquinamento e nuove malattie. La qualità del futuro dipenderà da come sapremo rispondere in modo sostenibile al bisogno di cibo, di energia, di sanità di una popolazione mondiale in costante, inesorabile crescita.

Se davvero abbiamo imparato la lezione dobbiamo dimostrarlo facendo scelte coerenti. Nel nostro paese non si può continuare a puntare tutto su un modello di ricchezza fondato sulla mobilità nazionale e internazionale e sull’attrazione turistica e annessi e connessi. Bene riaprire i musei e le spiagge e le città d’arte. Ottimo anzi, ma il rilancio richiede molto di più. Richiede che si disegni un percorso chiaro basato sulla ricerca e sull’innovazione, che permetta al sistema-paese di competere a livello internazionale non lasciando indietro nessuno.

E richiede scelte conseguenti. Abbiamo bisogno che le risorse limitate del piano straordinario vengano investite laddove è più urgente.

Non si commettano gli errori del passato. In campo universitario, ad esempio, il Ministero è riuscito a inserire nel decreto rilancio 3300 nuovi posti da Ricercatore universitario: non si cerchi di accontentare tutti “spalmando” queste risorse. Penso anche ai dottorati di ricerca di base e di ricerca industriale, alla ricerca preclinica e alle specializzazioni mediche e a tutto il settore della sanità che è stato portato al limite del collasso dalla pandemia. Se si crede veramente che la sfida del futuro stia nella sostenibilità, si privilegi l’investimento nei settori della ricerca scientifica direttamente coinvolti (alimentazione, salute, clima, energia, trasporti, economia circolare ecc.), e si incentivi il rapporto stretto con le aziende che si impegnano nel rilancio e che saranno in grado di dare lavoro ai giovani formati nei nostri laboratori. La riconversione del mondo industriale su produzioni sostenibili richiede tanta ricerca e la richiede ora. La ricerca la fanno le persone. Smettiamo, almeno per un po’, di far scappare i nostri ottimi laureati, i nostri medici e i nostri dottori di ricerca. Ci servono qui. Se non ora, quando?

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