Recovery fund

L’utilizzo del “recovery fund” (RF) è il tema del momento e anche su questo tema, così come sul MES, si sente tutto e il contrario di tutto. A leggere i titoli di alcuni giornali o i post su FaceBook e, soprattutto, ad ascoltare alcuni commentatori, sembrerebbe che i denari del RF siano già lì, pronti all’uso. Un tesoretto messo a disposizione dell’Italia da una Europa diventata improvvisamente generosa. Così non è, ovviamente, ma la risposta al “che fare con il RF?” è diventata la nuova challenge per politici, sindacati, categorie, imprese, amministrazioni e ministeri.

Perché, come Università, non dovremmo chiedere la nostra parte?

Visto che il RF deve andare a progetti strategici e di grande respiro, bisogna pensare a qualcosa di veramente “impattante” per l’Università. Certo c’è bisogno di rifinanziare la ricerca pubblica e di reclutare nuovi ricercatori e professori, c’è il tema dell’ammodernamento delle strutture e della sostituzione di strumentazioni obsolete nei laboratori didattici e di ricerca, poi si dovrebbe potenziare le scuole di specializzazione medica e i dottorati, e così via. Con i soldi del RF potremmo anche puntare ad aumentare il numero di residenze e collegi per accogliere studenti fuorisede e internazionali, dottorandi e giovani  ricercatori. Sarebbe un modo per sostenere la mobilità interuniversitaria e la frequenza dei corsi, oltre che per introdurre correttivi al mercato privato degli alloggi. Insomma, avremmo ottime ragioni per proporre di investire un po’ di RF per rifinanziare l’Università italiana.

Qualcuno potrebbe obiettare, tuttavia, che un piano del genere non abbia nulla di veramente nuovo. Risponderebbe a bisogni ben noti, ma forse senza incidere nel profondo delle criticità del nostro sistema formativo universitario, prima tra tutte il basso numero di laureati rispetto alla popolazione, soprattutto in alcuni settori.

Cosa possiamo proporre di più strategico e incisivo? Si potrebbe puntare sull’uso del RF per rendere gratuito l’accesso all’università, coprendo quel 20% circa di entrate degli Atenei che derivano dalle tasse di iscrizione. L’abolizione delle tasse universitarie è un tema ricorrente ed è parte di molte piattaforme rivendicative di gruppi di studenti e di docenti ed è sostenuto anche da raggruppamenti politici. La gratuità degli studi universitari sarebbe davvero un cambio di passo, tanto più significativo adesso perché la crisi generata dalla pandemia colpisce proprio le fasce più deboli.
Certo, già ora c’è un regime articolato di tassazione e sono già moltissimi gli studenti che accedono agli studi universitari pagando poco o nulla. Ma il nostro è anche un paese in cui evasione ed elusione fiscale sono enormi, il che vuol dire che chi paga le tasse universitarie lo fa anche per chi evade il fisco. L’eliminazione delle tasse universitarie, oltre a raggiungere l’obiettivo primario di attrarre molti più studenti da situazioni disagiate, risolverebbe alla radice anche questa profonda ingiustizia sociale.

E’ una proposta da prendere in seria considerazione, oggi più che mai, anche perché potrebbe rappresentare l’occasione storica per mettere mano ad alcune anomalie della nostra organizzazione degli studi. Quali? Ad esempio, il fatto che nelle nostre università gli studenti frequentino le lezioni quando possono e/o quando vogliono senza vincolo di presenza fisica o virtuale che sia (fanno eccezione alcuni corsi di laboratorio), o che gli studenti possano sostenere esami un numero indeterminato di volte o presentarsi anche molto tempo, a volte anni, dopo lo svolgimento del corso e anche senza aver seguito un’ora di lezione. Senza dimenticare che nella nostra università uno studente di laurea triennale può laurearsi in “corso”, a tutti gli effetti, in quattro anni e che uno studente di laurea magistrale (due anni) può, a tutti gli effetti, laurearsi in tre. Tutta questa flessibilità – pensata in origine per favorire gli studenti – finisce per danneggiarli, dilatando i tempi e aumentando i costi. A ben pensarci queste storture, senza nuove regole di funzionamento, potrebbero addirittura essere aggravate dalla completa gratuità. Mettervi mano sarebbe indispensabile per rendere credibile il progetto. Progetto che non potrà non tenere conto della “evoluzione forzata” verso una didattica mista (in presenza e on-line) sulla quale tutti gli atenei stanno investendo e che avrà, nel tempo, ricadute molto diverse sui costi dello studio nelle aree scientifiche e tecnologiche rispetto alle scienze umane e sociali.

Utilizzare parte del RF per allargare l’accesso agli studi universitari, abolendo le tasse e investendo al tempo stesso sulla edilizia abitativa e su altri strumenti di supporto per gli studenti bisognosi, pare proprio un obiettivo di grande respiro europeo. Si tratterebbe non solo di una rivoluzione culturale nel rapporto tra società e università pubblica, ma anche di una occasione storica per equilibrare meglio la bilancia dei diritti e dei doveri degli studenti.

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