Se una cosa è emersa con grande evidenza in questa straordinaria fase COVID, essa è la confusione tra il ruolo della scienza e quello della politica. Abbiamo sentito commenti e prese di posizione variamente distribuiti tra una adesione fideistica all’idea della scienza che guida i passi della politica, e un rifiuto ideologico di qualsiasi condizionamento della scienza sulla politica. Un dualismo che ha raggiunto punte parossistiche, a volte persino comiche, tra dichiarazioni contraddittorie, affermazioni apodittiche presto smentite, e capriole logiche da parte di politici e commentatori (e anche di qualche scienziato).

L’intento di questo intervento non è, tuttavia, quello di ripercorre queste contraddizioni. Qui cercherò di rispondere a una domanda in apparenza banale: “perché?”
Elaboro la domanda. Perché nel 2020, in un paese culturalmente e tecnologicamente avanzato come il nostro, e al quale viene riconosciuto da tutti un contributo primario, storicamente radicato, allo sviluppo del pensiero umano, è tuttora possibile che i due mondi, quello della scienza e quello della politica, comunichino così malamente?

Non dipenderà forse dal fatto che pochi, tra politici e decisori, sanno veramente cosa sia e come operi la ricerca scientifica?

Dice la Treccani: Con la locuzione “ricerca scientifica” comunemente s’intende l’insieme delle attività destinate alla scoperta e utilizzazione delle conoscenze scientifiche.” Tutto chiaro. Ma ci sono corollari importanti un po’ meno conosciuti:
1) la ricerca scientifica (soprattutto nei settori biologico, sanitario, chimico-farmaceutico, epidemiologico ecc.) è un’attività di gruppo. Non esiste il ricercatore solitario, lo “scopritore”, l’”inventore”. La ricerca è un viaggio in territori inesplorati ed è un viaggio che si fa in compagnia: professori, ricercatori, postdoc, dottorandi e persino studenti, ed è compagnia mutevole;
2) ne consegue che lo scienziato che viene interpellato o intervistato, il ricercatore che parla, è – nella maggior parte dei casi – soltanto un “portavoce”, una voce narrante, un interprete del lavoro di anni e di tante persone (non c’è presentazione scientifica seria che non cominci o non si concluda con l’elenco, o i volti, di chi ha contribuito ai risultati che vengono esposti);
3) i risultati di una ricerca sono i frutti di un processo dinamico che porta a formulare ipotesi interpretando dati sperimentali nuovi sulla base di conoscenze precedenti. Ecco perché non deve sorprendere, o irritare, che, a fronte di conoscenze precedenti scarse (vedi COVID19) o di dati sperimentali scarsi, lo scienziato non fornisca certezze, ma ipotesi che mutano al mutare dei dati e delle evidenze disponibili.

Chi sa queste cose è in grado di “filtrare” meglio la pletora di informazioni scientifiche e pseudo-scientifiche che ci investono quotidianamente, ed è in grado di comprendere le “incertezze della scienza” e quindi di adeguare le decisioni politiche. Senza dimenticare che gli scienziati sono uomini e donne e quindi sensibili, chi più chi meno, alla attrattiva di un talk show, o di un titolo su un giornale, e che non sono sempre in grado di comunicare nel modo corretto, e in qualche secondo di microfono aperto, il grado di affidabilità scientifica di quanto si sta narrando.

Purtroppo nel nostro Paese la ricerca scientifica è ancora percepita come “altro” rispetto ai meccanismi che regolano la società. In fondo è come se fossimo rimasti al 1959, ancorati alle “Due Culture”, quella tecnico-scientifica e quella umanista, di Charles Percy Snow.
Due mondi separati. Non ci aspettiamo forse che già a 14 anni i giovani scelgano tra liceo classico, scientifico e tecnico? Vero è che la distinzione tra classico e scientifico si è attenuata con l’introduzione di percorsi ibridi, ma le differenze restano molto marcate rispetto a un mondo in cui il sapere scientifico si espande a ritmo esponenziale.

Non sto certo sostenendo che tutti debbano studiare tutto. Anzi ritengo che assecondare la propensione di un giovane verso studi classici o studi scientifici sia il modo giusto per formare persone esperte che saranno utili a sé stesse e alla società. Penso però che per molti si tratterà di imboccare una strada che li allontanerà progressivamente dalla comprensione di quanto avviene nel mondo scientifico. Tanto più se le scelte iniziali saranno confermate all’università. Lo scrivo sorridendo: sarebbe utile che umanisti, giuristi, scienziati sociali e politici ecc. passassero un po’ di tempo, ogni tanto, in un laboratorio di ricerca scientifica (il simmetrico avvicinamento degli scienziati alle scienze umane è più facile).
Così forse si eviterebbe quel “divide”, quella “dissonanza cognitiva” che rende difficile – e qui in particolare penso ai decisori politici che ben di rado hanno una formazione tecnico scientifica – comprendere la portata, la affidabilità e le conseguenze di risultati scientifici, interloquire con tecnici e ricercatori, e assumere decisioni politiche conseguenti.
Si stima che i parlamentari laureati in materie scientifiche e tecniche siano meno del 20% dei laureati in Parlamento e pochissimi sono nel Governo. Competenze scientifiche sono poco diffuse anche tra giornalisti, e nelle amministrazioni pubbliche e negli enti locali.
Nulla di male, ovviamente. Ma è scenario che aiuta a spiegare difficoltà (e diffidenze) nella comprensione degli aspetti tecnico-scientifici di una situazione drammatica ed emergenziale come quella che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo.
Siamo tutti alla ricerca di cose utili da imparare da questa pandemia.  Ebbene, una credo sia anche questa. Non è mai troppo tardi per colmare il fossato tra cultura umanista e cultura scientifica e c’è un solo modo per farlo: mescolarle.

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