Siamo alla fase 2. Nelle prossime settimane, seppure in scala ridotta e con molte necessarie limitazioni, riprenderanno gradualmente anche le attività di ricerca nei laboratori universitari e nei centri di ricerca.

Il tema può apparire secondario a una opinione pubblica giustamente preoccupata da tante emergenze, con interi settori in ginocchio e decine di migliaia di persone che si avvicinano drammaticamente alla soglia della povertà. È però alla ricerca e alla scienza che ci si sta ora rivolgendo in modo pressante per trovare risposte, soluzioni e indicazioni.

Il mondo della ricerca è ben poco conosciuto dal grande pubblico e purtroppo anche da molti giornalisti e politici, inclusi numerosi “maître à penser” che, in questi giorni, imperversano sui social e sulla stampa con idee a volte davvero strampalate.

La ricerca richiede tempo e investimenti non solo per l’emergenza, ma per prepararci a quel mondo diverso di cui tutti parlano, e che nessuno ha ancora costruito. Mentre le attività didattiche delle università nel mondo si sono trasferite rapidamente on-line, il lockdown ha inevitabilmente fermato la ricerca, soprattutto quella sperimentale. Quella “vita sospesa” di cui abbiamo parlato su questo giornale poco più di un mese fa (Sole 24 ore del 7 aprile). Le attività che si possono condurre da remoto sono infatti molto poche. La ricerca ha bisogno di incontro, confronto, affiancamento e discussione. Non si possono portare avanti esperimenti, raccogliere dati, consultare manoscritti e archivi via TEAMS o ZOOM.

La ricerca la fanno le persone nei laboratori, nelle biblioteche, sul campo, nella società. In questo contesto un ruolo chiave lo svolgono assegnisti e dottorandi di ricerca, di cui poco si sa e ben poco si parla. Le loro attività, molte delle quali condotte insieme al mondo industriale, sono bloccate dal 25 febbraio. Ed è anche grazie al loro coinvolgimento diretto in collaborazioni università-industria che le imprese più innovative sostengono l’economia e creano posti di lavoro. Nonostante i grandi sforzi che Università ed Enti di Ricerca stanno mettendo in campo, solo una piccola parte degli oltre 50.000 tra dottorandi e assegnisti potrà riprendere regolarmente le proprie ricerche nelle prossime settimane. Sarà necessario gestire spazi e turni di accesso a laboratori, biblioteche e strumenti con regole indispensabili di distanziamento e sicurezza. Non saranno gli unici a risentirne, ovviamente, ma dottorandi e assegnisti sono sicuramente quelli più colpiti.

E’ un fatto che una parte consistente di questi giovani esce dal lockdown con un “deficit” di tempo-ricerca di diversi mesi. Se è vero che nessuno di loro è rimasto senza stipendio, è pur vero che i mesi di blocco della ricerca rappresentano un danno consistente soprattutto per quanti sono prossimi alla scadenza naturale di contratti e borse di studio. Per un dottorando dell’ultimo anno quattro mesi sono cruciali per terminare il suo progetto  e non avrà tempo per recuperarli. Lo stesso vale per gli assegnisti di ricerca, che hanno contratti di massimo 24 mesi. Pensare che possano portare a termine adeguatamente i loro progetti di ricerca è illusorio.

Il tempo, come è noto, è risorsa non rinnovabile. Se anche solo alla metà di loro (ed è una stima ottimistica) fosse stato impossibile continuare il lavoro di ricerca avremmo comunque perso 100.000 mesi di ricerca sul campo, cioè oltre 4000 anni. Fa impressione, no? E la cosa peggiore è che se non troviamo il modo per recuperarli, avremo perso non solo le attività che si sono fermate in questi mesi, ma avremo sprecato buona parte delle risorse già investite prima della pandemia.
Che fare? E’ domanda quasi retorica. Occorre investire massicciamente nel reclutamento e nella creazione di nuovi posti e occorre garantire la possibilità per dottorandi e assegnisti di recuperare il tempo perso.

Le anticipazioni di stampa sulla parte che riguarda l’università del Decreto Rilancio fanno ben sperare. Come sta già avvenendo in molti altri paesi, ci si è resi conto che bisogna consentire subito il recupero del tempo di lockdown estendendo i periodi di ricerca e garantendo la copertura delle borse di dottorato e degli  assegni di ricerca. Purtroppo il passo avanti è stato compiuto solo a metà visto che sarà consentita una proroga di due mesi del periodo di tesi di dottorato con copertura finanziaria dal Ministero, mentre per gli assegni di ricerca occorrerà reperire altre risorse in caso di proroga. Forse sarebbe stato meglio creare un fondo a cui le università potevano accedere sulla base di una valutazione delle esigenze dei singoli programmi di ricerca senza automatismi, ma tant’è.

Tuttavia, se leggiamo questi dati insieme alla prospettiva di nuovi posti di ricercatore e al potenziamento delle risorse per il diritto allo studio, possiamo optare per “vedere la bottiglia mezza piena” e apprezzare il valore politico delle scelte fatte. E’ un  riconoscimento quanto mai opportuno dell’importanza di garantire il completamento degli studi e degli esperimenti  dei nostri giovani ricercatori. E’ un segnale di attenzione al mondo della ricerca al quale stiamo chiedendo e chiederemo molto per portarci fuori dalla realtà distopica in cui ci ha precipitato COVID19.

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