Se il lock-down è stato una sfida enorme (anche) per scuola e università, la ripresa autunnale si prospetta ancor più difficile. Nessuno degli schemi pre-COVID di organizzazione e di relazione (rapporti studenti-studenti, studenti-docenti, docenti-docenti, studenti-struttura, studenti-città, personale tecnico e amministrativo ecc.) può essere trasferito tal quale alla ripresa. Vorremmo certezze ma dobbiamo accontentarci di basare scelte importanti su “ragionevoli scenari”. Ci muoviamo tutti, governati e governanti, in un territorio sconosciuto senza navigatore e senza esperienze pregresse. Non ci siamo abituati. Una grande sfida per il corpo docente e per gli organi di autogoverno degli Atenei.

Purtroppo, a giudicare da social e giornali, i timori che si possano scatenare rivendicazioni sulla base di “diritti concorrenti”: diritto alla salute, diritto all’istruzione, diritto alla socialità, diritto al lavoro ecc. stanno diventando concreti. Alle tradizionali categorie del comparto scuola (studenti, docenti e personale tecnico e amministrativo con varie forme di rappresentanza) si sono aggiunti nuovi stakeholders: famiglie, fornitori di servizi per gli studenti, enti locali, strutture sanitarie, trasporto, ecc. Tutti hanno competenze e interessi da sostenere. E poi c’è la politica che poco aiuta per la cronica incapacità di ragionare insieme su scelte ad altissimo impatto strategico per il Paese condita giornalmente da atteggiamenti superficiali, irrazionali e/o avvoltoieschi.

In questo quadro si inserisce il dibattito sulle modalità di ripresa della didattica. Per discuterne occorre però separare l’università dalla scuola. Troppo diversa è l’età degli studenti, diverse le esigenze logistiche (grandi aule, laboratori, biblioteche ecc.), diversi sono i bisogni, diversa la ricaduta sulle famiglie. Lo si è visto bene con la didattica a distanza (DAD) durante il lock-down, non foss’altro perché gli studenti universitari non hanno richiesto supervisione o assenze dal lavoro dei genitori.

Il terreno di confronto al momento è proprio lì: didattica a distanza versus didattica in presenza (con variante “blended”, cioè simultaneamente a distanza e in presenza).

Su social e stampa stiamo assistendo a interessanti salti logici: fino a qualche settimana fa la preoccupazione di molti docenti universitari era che la “DAD piacesse troppo”. In effetti, per molti studenti la possibilità di gestire meglio il proprio tempo si è rivelato vantaggioso. Per non parlare dell’abbattimento dei costi per i fuori sede (alloggi, trasporti ecc.). E’ un fatto che molti docenti hanno registrato un aumento della frequenza delle lezioni a distanza rispetto a quella “in presenza”. Certo, c’è il problema dei corsi laboratoriali, ma che succede se si scopre che tanti corsi possono essere tenuti in remoto con soddisfazione di docenti e studenti? E che succede di tutti gli investimenti fatti? Non è che la DAD possa finire per diventare “strutturale”, magari in regime misto?

I contrari alla DAD rispondevano elencando i “contro”: la perdita di relazione sociale tra studenti, la difficoltà di insegnare senza poter guardare in faccia i propri studenti, la perdita di identificazione dello studio con il luogo: l’università che smette di essere il riferimento “geografico” – l’alma mater – dell’ultimo, e cruciale, passaggio prima di entrare nel mondo del lavoro. Tutte obiezioni fondate che hanno spinto molti a dichiarare “mai più DAD”.

Eppure, ora che si sta per rientrare, (e a fronte di un aumento dei contagi) ecco che l’asse si è spostato. In molti reclamano che si continui per almeno un altro semestre a fare didattica in remoto. “Non ci sono abbastanza aule, e, se ci sono, non è possibile garantire sufficiente distanziamento, e non è possibile agire in sicurezza per docenti e personale tecnico e amministrativo ecc. La DAD non era poi così male. E comunque è colpa del Governo che non ha moltiplicato i pani e i pesci. Ecc.” Questa “corrente di pensiero” sta guadagnando pericolosamente terreno e trova il sostegno di parte del personale tecnico e amministrativo.

Rimane il fatto che la DAD è semplicemente incompatibile con una parte fondamentale della formazione: quella sperimentale e laboratoriale. In nessun modo l’esperienza diretta, pratica, “hands on”, del laboratorio – vuoi che sia la cappa del chimico, o la serra di agraria, o lo scavo archeologico, o lo scaffale della biblioteca, o il laboratorio di elettronica, o di meccanica, o la coltura cellulare, o l’esame del paziente – può essere sostituita da una attività a distanza. A prescindere dal posizionamento DAD sì/DAD, no i limiti “fisici” della DAD universitaria sono solo questi: mentre è ancora possibile svolgere alcuni insegnamenti a distanza non è possibile svolgere attività di laboratorio in remoto. Una scienza sperimentale insegnata in modo virtuale è un ossimoro.

Che fare? Forse si dovrebbe uscire dal dualismo DAD sì/ DAD no e “riconoscere le differenze” tra corsi con 5, 50, o 500 studenti, e corsi con e corsi senza attività pratiche e sperimentali e agire conseguentemente. Può essere utile adottare soluzioni transitorie che concentrino le risorse (aule grandi, accessi facili, personale ecc.) sul sostegno, in massima sicurezza, delle attività che non possono essere surrogate in remoto oppure, se le risorse lo consentono, adottare modelli (come la “didattica blended”, appunto) che consentano di svolgere contemporaneamente lezioni in aula e in remoto, salvaguardando al massimo le attività pratiche e di laboratorio.
Qualcosa di questa esperienza rimarrà nell’università di domani, ed è un bene che sia così. In fondo qui sta il grande, irrinunciabile, distinguo con le università telematiche: anche con un maggiore utilizzo di didattica a distanza, l’università garantirà sempre il rapporto degli studenti con i docenti e la formazione sul campo.

Share this Post