L’agenzia nazionale per la ricerca parte male. Non è neanche stata varata che ha già sulle spalle l’opposizione di oltre 5000 firme di docenti e ricercatori che considerano l’Agenzia la pietra tombale sulle (residue) speranze di vedere finanziata la ricerca di base. Altre critiche alla ANR vengono da chi vede una struttura “asservita” al governo dal momento che la nomina del vertice e di una parte consistente della Agenzia è in capo alla Presidenza del Consiglio e ai Ministri. Altri ancora denunciano il varo di un nuovo carrozzone clientelare buono solo per dissipare risorse e spartire poltrone. Lo stesso ex-Ministro Fioramonti si è espresso duramente contro la nascita della Agenzia in fase di approvazione della legge di bilancio. A questa vasta coorte di detrattori non si può dare torto del tutto. La diffidenza è ben motivata. L’OCSE ce lo ricorda di anno in anno: l’Italia è un paese a bassissimo investimento su ricerca e formazione in particolare per quanto riguarda l’ambito universitario. Abbiamo pochi laureati, soprattutto nelle aree scientifiche, mediche e tecnologiche, non siamo in grado di attrarre studiosi dall’estero mentre assistiamo ai fenomeni migratori verso altri paesi che valutano (e retribuiscono) meglio i talenti e le competenze acquisite nelle nostre università. Per non parlare delle nostre imprese, molte delle quali sono ormai ancelle di imprese innovative di altri paesi. Sono dati oggettivi che continuiamo a ricordare ai partiti politici ma senza risultati: c’è sempre una elezione che ci aspetta e studio e cultura non scaldano i cuori e non portano voti.

Ma siamo all’inizio di un nuovissimo anno. Provo un esercizio mentale: scelgo di essere ottimista. Da ottimista per scelta e non per convinzione provo a immaginare uno scenario che smentisca i profeti di sventura, uno scenario che rappresenti una prospettiva positiva per la ANR e per le nostre università.

In effetti, negli anni in cui sono stato Prorettore alla Ricerca di UniBo mi sono spesso trovato a occuparmi dei “rivoli di finanziamento” dei vari ministeri: sanità, agricoltura, beni culturali, difesa, economia, esteri ecc. e ovviamente MIUR. Ogni ministero aveva propri programmi di finanziamento per ricerca, sviluppo, trasferimento tecnologico, sostegno alle relazioni internazionali e industriali, ecc . La situazione non è mutata. Programmi di finanziamento che si affiancavano e spesso si sovrappongono a quelli delle Regioni e spesso intersecano i finanziamenti europei convogliati dai vari programmi H2020 e POR-FESR, PON-PNR ecc. A questo scenario (dis)articolato si aggiungono i progetti di ricerca che fanno capo agli Enti di Ricerca e ai grandi Istituti Nazionali (INAF, INFN, INVG, INRAM, ecc.) e ai numerosi consorzi nazionali e interuniversitari che, a loro volta, accedono ai finanziamenti europei e ai finanziamenti dei diversi ministeri. Una giungla inestricabile. Una giungla nella quale, tuttavia, chi sa muoversi vive bene: molte opportunità e possibilità di convergenza di finanziamenti da fonti diverse. Nulla di male, ma ho visto molte volte “piovere sul bagnato”, mentre altre aree, anche di ricerca applicata, rimanevano a secco.

Quindi attrezzarsi per condurre finalmente una attività di indirizzo delle risorse è buona pratica: si  eviteranno concentrazioni improprie da un lato e zone desertiche dall’altro. E chi altri, se non esperti delegati dei diversi Ministeri, dovrebbero poi essere chiamati ad assolvere a questo compito?  E’ domanda “ingenua”, me ne rendo conto. In questo Paese è buona norma diffidare delle iniziative collegate al mutevole potere politico, ma la ANR è stranamente “quasi-bypartisan”: faceva già parte dei progetti del precedente governo.
Resta il grande problema del finanziamento della ricerca di base, che ormai può contare solo sui bilanci (in sofferenza) degli atenei. I 5000 firmatari temono che le risorse gestite da ANR saranno concentrare su ricerche finalizzate o orientate facendo mancare finanziamenti alla ricerca fondamentale che è linfa della ricerca applicata ma che non è più sostenuta da molto tempo.
Da ottimista per scelta, tuttavia, immagino uno scenario in cui l’ANR, concentrando la sua azione sul coordinamento delle iniziative ministeriali nei diversi settori strategici, garantisca un migliore utilizzo dei diversi canali finanziari anche in rapporto alle priorità europee, attivando “effetti leva” e nuove sinergie tra atenei e centri di ricerca. Siccome la ANR riuscirà certamente, sulla base di principi operativi chiari, trasparenti e stabili, nel compito strategico di garantire una maggiore copertura della ricerca orientata e finalizzata, i 300 milioni di finanziamento destinati alla ANR potranno senza dubbio andare al finanziamento dei progetti di ricerca fondamentale.  E’ “wishful thinking” ma, con i tempi che corrono, perché no?

Sul Sole 24 Ore del 15 Gennaio 2020 con il titolo “Ricerca di Base, le Speranze di un Ottimista”

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