Il movimento Fridays4Future sta attirando l’attenzione sia della opinione pubblica sia dei “decisori” ai grandi temi della sostenibilità e dell’ambiente. Il dibattito è aperto e, come in altri casi, non mancano le opposte tifoserie. I social impazzano attirando fanatismi e risentimenti pro e contro i milioni di giovani che hanno manifestato nelle scorse settimane. Il tema ambientale non è di oggi, né è di Greta Thunberg, alla quale va tuttavia riconosciuto il merito di essere riuscita a bucare una opinione pubblica ormai avvezza al “game of fears” quotidiano giocato su questa o quella catastrofe imminente.
Anche se non mancano scettici e negazionisti, il problema c’è. E non è solo un problema di cambiamento climatico. In fondo, e mi rendo conto di dire una “eresia”, non è nemmeno il problema principale. Di che parlo?
Quest’anno l’ “overshoot day”, cioè il giorno dell’anno in cui l’umanità ha esaurito la sua quota annuale di risorse naturali, è arrivato il 29 luglio. Sempre in anticipo sull’anno precedente, come ormai sta succedendo dagli anni ‘70. Nel 2019 utilizzeremo le risorse naturali equivalenti a quelle di 1,75 pianeti Terra. Consumiamo largamente più di quanto il pianeta sia in grado di produrre in un ciclo annuale. Stiamo compromettendone la capacità di rigenerare le risorse che serviranno alle generazioni future.
Altro dato in aumento è quello della popolazione mondiale. Basta andare sul sito delle Nazioni Unite per vedere le proiezioni. Per il 2050 si prevede, in funzione del numero di figli e dell’aspettativa di vita alla nascita, una “forbice” tra 10 e 11 miliardi di persone. Per capirci, qualcosa tra 2.000.000.000 e 3.000.000.000 di esseri umani in più rispetto a oggi. Non solo questo, le Nazioni Unite ci dicono anche che la durata media della vita a livello mondiale crescerà ancora, portandosi intorno a 77 anni (83 per la sola Europa) nel 2050. Saremo di più e vivremo più a lungo e quindi consumeremo di più e più a lungo e, ovviamente, aspireremo tutti a condizioni di vita migliori e per tutti.

In questo scenario di crescita esponenziale è difficile pensare alla autolimitazione dei consumi basata su scelte individuali. Qualunque ragionamento di “decrescita felice” o di diminuzione del fabbisogno energetico, qualsiasi modello di alimentazione sufficiente e diffusa o di economia circolare così come qualunque politica di welfare ecc. si scontrerà con il fatto che la Terra è una sfera di superficie finita, con una popolazione in aumento e risorse in calo. Presto avremo bisogno di due pianeti e non li abbiamo.

Che fare? Sono trend che non possono essere invertiti, non in tempi brevi e non senza impensabili sacrifici. Si può però cambiare strategia e rispondere alla sfida attivando l’unico trend di crescita in grado di darci qualche chance: usare di più i nostri cervelli.

Come? Aumentando esponenzialmente gli sforzi della ricerca scientifica mondiale. Serve cioè che il messaggio di Greta Thunberg – che è in fondo un messaggio di fiducia nella Scienza – catalizzi e acceleri uno sforzo comune di università, centri di ricerca e istituzioni pubbliche nei settori che direttamente impattano sulla sostenibilità. Lavorare insieme per trovare gli strumenti per sfamare più persone, trovare migliori fertilizzanti, usare meglio i terreni, fermare la deforestazione, aumentare la portabilità e la conservazione degli alimenti, riassorbire gli inquinanti, assistere la ridefinizione dei modelli di trasporto umano, eliminare gli sprechi ecc. Non è solo la tecnologia che è in gioco: si tratta anche di comunicare diversamente, di vendere diversamente, di distribuire diversamente, di conservare diversamente, di rimodellare le strutture sociali e di ridurre le diseguaglianze. Abbiamo le risorse intellettuali per farlo, e possono crescere ancora puntando sia sulla ridefinizione di obiettivi di ricerca, anche industriali, sia sul reclutamento e la formazione di nuove coorti di ricercatori consapevoli e preparati a un sforzo collettivo. E qui anche l’Italia deve fare la sua parte.

Si tratta tuttavia di una scelta che comporta come “atto conseguente” investimenti ingenti e crescenti di uomini e mezzi nella ricerca a partire dal nostro paese. Ed è indispensabile che i “decisori” politici e i “grandi ricchi” capiscano che la sostenibilità è una parola che si declina al presente e che dazi e frontiere non fermano l’inquinamento e i cambiamenti climatici né producono più alimenti. Qualcuno troverà tutto questo molto ingenuo, forse lo è, o forse è realismo. Al di là delle parole, solo un impegno enorme, collettivo e concreto di studio e ricerca sul nostro futuro, un impegno senza precedenti, può tenere lontano lo scenario distopico di un mondo affamato, intossicato e in guerra.

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 12-11-2019 con il titolo “Più investimenti nella ricerca per un pianeta sostenibile”

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