Facciamo come fanno gli altri (nel resto d'Europa...)

Dal sito di ANDU.  DARIO BRAGA ALL’ANDU: MEGLIO ABOLIRE I CONCORSI

     Mi fa piacere l’invito a contribuire al blog di ANDU intervenendo nuovamente sul tema sollevato dal mio articolo sul Sole 24ore (cliccare qui). Mi fa piacere anche perché mi consente di fare qualche precisazione e, implicitamente, rispondere ad alcune interpretazioni fantasiose del mio scritto. Prima però è utile ricordare che il tema “concorsi” non è di oggi – né lo è quello dei “ricorsi” – da sempre strettamente coniugati a quello dei concorsi. Ricorso fa rima con concorso.

     Con la ‘382 del 1980, la legge che, più significativamente di altre, ha inciso e modificato la struttura delle Università, furono creati i dipartimenti, fu introdotto il dottorato di ricerca, e furono create le fasce dei ricercatori universitari, degli associati e degli ordinari. Una straordinaria opera di razionalizzazione di una giungla di docenti e di precari diventata inestricabile. I tre “contenitori” della docenza furono inizialmente riempiti con una serie di “giudizi di idoneità”.

     Vista con gli occhi di un precario di allora, la trasformazione da borsista CNR a 150.000 lire/mese in ricercatore a tempo indeterminato fu “il miracolo”. Si ringraziò e basta. Non mi preoccupai di certo, anzi ero contento per loro, se insieme a me migliaia di altre precarie e precari diventarono RU, né mi interessai del fatto che contemporaneamente anche gli altri due contenitori venivano riempiti sulla base di “giudizi di idoneità” (ricordo, per i più giovani, che non esisteva alcun “parametro oggettivo” disponibile, già bene andava se in alcune aree, ma non in tutte, si guardava al numero di pubblicazioni scientifiche). Erano i primi anni ’80. Molto di quello che seguì fu causato da quel “miracolo italiano”: l’università fu riempita nelle tre fasce e, in molte aree, saturata per anni a venire.

      Iniziò quindi il gran ballo dei meccanismi concorsuali per il turnover, il reclutamento e le carriere. Da allora, le abbiamo provate tutte: dalle commissioni nazionali composte per elezione o sorteggio (la “dea bendata” poi tanto bendata non era perché nelle commissioni finivano sempre figure leader dei settori), ai concorsi “tutti a Roma” con due prove di selezione dinanzi alla commissione (una discussione scientifica e una prova didattica su un tema sorteggiato il giorno prima), per poi passare a concorsi “idoneativi” delocalizzati presso le sedi che bandivano posti, con “idonei” (inizialmente tre poi due) che potevano essere chiamati direttamente da altre sedi. Fino ai giorni nostri, con la Legge 240 e la introduzione della Abilitazione Scientifica Nazionale.

     Senza mai dimenticare che gente brava e meritevole, a migliaia, è entrata e andata avanti, sono comunque stati quaranta anni di polemiche insanabili e spesso di ingiustizie rimaste impunite.

     La domanda quindi si impone: è così perché la comunità accademica italiana è “geneticamente” incapace di esprimere comportamenti coerenti con le norme dello Stato oppure c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella pretesa di normare rigidamente assunzioni e promozioni universitarie visto che invece di garantire i più meritevoli norme e regolamenti creano spazi ai comportamenti opportunistici?

     In questa epoca populista-giustizialista la risposta che molti danno – almeno stando a quanto si legge sulla stampa e sui “social” – è la prima: i professori sono tutti mariuoli, corrotti o corruttibili, interessati al potere personale, inclini al familismo. Se non lo sono, lo diventano … basta fare carriera per trasformarsi da giovane ricercatore con ambizioni in “barone”. Ergo, solo la magistratura e/o un controllo capillare della aderenza a norme sempre più rigide e sempre più meccaniche possono garantire la selezione e la promozione dei più meritevoli.

     Tuttavia, basta guardarsi un po’ attorno nel mondo, girare un po’ l’Europa, per rendersi conto che nessuno dei paesi con i quali spesso ci confrontiamo utilizza meccanismi anche solo lontanamente confrontabili con i nostri per il reclutamento e le promozioni all’Università. Eppure che anche negli altri paesi non mancano certo i problemi ma le modalità sono diverse: dalle assunzioni dirette alle assunzioni al termine di selezioni pubbliche mediante “call” nazionali e internazionali, con o senza “abilitazione”, oppure mediante “talent scouting”, e comunque quasi sempre al termine di presentazioni pubbliche, seminari e conferenze dipartimentali.

     Ed ecco quindi perché ritengo che il concorso universitario basato sul principio della “valutazione comparativa” se svincolato da una precisa, palese, manifesta assunzione di responsabilità da parte della Istituzione che assume – non mediata da una delega (spesso in bianco) alla commissione di esperti (eletta o sorteggiata che sia) – è un paradosso che favorisce – invece di ostacolare – i comportamenti opportunistici e finisce per rendere più difficile la scelta del più idoneo.

     Il più idoneo – si badi bene – non è necessariamente “il migliore del suo SSD” e nemmeno quello “scelto dal Capo”, il più idoneo è quello o quella che ha le competenze adatte, il C.V. adeguato, e anche l’interesse personale per inserirsi produttivamente nel contesto di ricerca e docenza che il Dipartimento ha deciso di sostenere/valorizzare/iniziare. Eh sì perché all’università, dove si fa anche ricerca scientifica, non è vero – non può essere vero – che “uno vale uno”.

     Per questa sola ragione l’idea del “concorsone nazionale” con commissioni fatte per sorteggio non è credibile. Una rosa di vincitori finirebbe, ancor più che ora, di creare rabbie e frustrazioni. L’università non è una scuola: non basta un bravo docente della materia X. Chi sostiene questo o non sa come è fatta l’università e come si fa ricerca oppure ha in mente solo alcune discipline “da solisti” (e quindi non sa).

     Sul “Sole” ho usato la metafora dell’orchestra che cerca un violino ma è “costretta” a prendere un contrabbasso perché è il migliore tra gli archi che si sono presentati alla selezione. Si può anche provare con il calcio: i gol fatti e i campionati vinti, la squadra in cui ha giocato qualificano un giocatore, ma se serve un portiere serve uno veloce di mano, anche se con i piedi non ci sa fare.

     Per dirla più esplicitamente: le procedure concorsuali complesse, arzigogolate, numerologiche, e iperparametriche invece di ostacolare, come dovrebbero, la “cooptazione personale” – che è quella che porta le maggiori distorsioni e genera le ferite più dolorose in chi sa di meritare di più – finisce per proteggerla, erigendo muri burocratico-amministrativi che solo i più temerari cercano di sfondare, e spesso falliscono.

     La proposta contenuta nel mio intervento è molto semplice: facciamo come fanno gli altri. Reclutiamo e promuoviamo sulla base di “call” pubbliche, fondate su “profili” scientifico-didattici discussi nei dipartimenti e motivati sulla base di scelte strategiche di sviluppo della ricerca e della didattica, chiamiamo i candidati – in possesso di ASN – a parlare “coram populo” nei dipartimenti, e “cooptiamo” chi appare migliore per raggiungere gli obiettivi che il dipartimento si è dato. Provare per credere.

      E’ un sistema potente perché è difficile spiegare a colleghe e colleghi di altre aree (e anche a studenti e dottorandi e assegnisti ecc.) che – tra tutti i candidati che si sono presentati – si è scelto proprio quello/a che … aveva meno da dire o che l’ha detto pure male. Tanto più difficile se quelle colleghe e quei colleghi sapranno che dalla bontà di quella scelta dipenderanno risorse future per il Dipartimento e per la stessa Università.
 Dario Braga

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