La terra non è piatta, e le scie degli aerei sono fatte di vapore d’acqua. I terremoti non sono prevedibili e non sono prodotti da armi fantascientifiche. Ebola e l’AIDS non sono malattie create da menti perverse e sulla Luna ci siamo stati davvero. Fossero solo queste le verità messe in discussione, potremmo limitarci a sorridere delle tante idee bizzarre che circolano in rete.

Ma non è così. Lo dimostra il proliferare di fake news, di pseudo-scienza, di false terapie per curare malattie vere. Lo dimostra il successo – apparentemente incomprensibile – di riscritture fantasiose della Storia, anche quella recente, e la riscoperta di vecchi miti su cui costruire nuove paure.

Il valore della scienza e della cultura è in calo. Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni stravaganti della realtà osservabile e sciocchezze scientifiche. I giovani ricevono di continuo messaggi inquietanti e volgari, uno fra tutti che studiare non serve. Per quanto paradossale possa sembrare, la stessa concezione di una società colta è sotto attacco. Le opinioni hanno la stessa valenza (anzi contano un po’ di più) dei risultati verificati. Le pseudo-verità circolano liberamente perché separate dalle fonti, ed hanno la stessa dignità, anzi spesso superiore, dei risultati della ricerca scientifica. La rete, i «social», non discriminano, diffondono tutto, livellano tutto. Le  conseguenze sono serie anche sulla salute delle persone, con genitori che rifiutano di vaccinare i figli o che li costringono a diete incompatibili con la salute e la crescita in nome di estremismi alimentari.

La sfera socio-politica non è risparmiata, anzi. Prendiamo l’Europa. Per noi universitari, da sempre, l’Europa è un “paesone” (UK in primis) dove studiosi, ricercatori e studenti sono abituati a muoversi liberamente. Eppure, a ridosso delle elezioni, si racconta di una Europa sfasciata, dominata dalle banche e dagli interessi industriali, soffocata dalle norme, priva di identità, incapace di difendere i propri confini.

La reazione più diffusa ai messaggi contraddittori in ogni campo del sapere è quella del distacco e della diffidenza: “non capisco, non ho gli strumenti per decidere, quindi scelgo sulla base delle mie paure”. La gente non si fida più della scienza, che percepisce come imposizione e come qualcosa da “prendere o lasciare”.

Con questa consapevolezza quasi 200 tra docenti, ricercatrici e ricercatori della Università di Bologna di ogni provenienza culturale hanno deciso di agire in maniera proattiva organizzando una offerta “in-formativa” da mettere a disposizione dei cittadini, dei quartieri, delle scuole, delle associazioni, e di chiunque abbia interesse a confrontarsi sui temi caldi del momento (Europa, ambiente, comunicazione, salute, giustizia penale, alimentazione, disuguaglianze, intelligenza artificiale, abuso di farmaci, ecc.) partendo dai risultati degli studi e delle ricerche alle quali sono impegnati e attingendo al vastissimo serbatoio di conoscenze che è rappresentato dall’Università di Bologna.

Non lezioni “top-down” ma confronti in cui chi ha conoscenze – perché averne fa parte del proprio  lavoro – accetta la sfida di condividerle in maniera comprensibile ai non esperti.

Si legge nel “Manifesto”: “con l’adesione a “ParliamoneOra” noi, docenti, ricercatori e ricercatrici dell’Università di Bologna, affermiamo il primato della conoscenza, che è alla base della democrazia ed è valore fondamentale della nostra società e motore di sviluppo Noi crediamo che lo studio e la ricerca scientifica siano tra i pochi strumenti disponibili per affrontare le grandi sfide rappresentate dai movimenti di popoli, dai cambiamenti climatici, dall’invecchiamento, dalla necessità di nutrire e curare una popolazione mondiale in continuo aumento, dalle trasformazioni geopolitiche e molto altro. […] Mettiamo a disposizione le nostre competenze e ci impegniamo a intervenire sugli attuali macrotemi politici, sociali, scientifici e tecnologici per contrastare le informazioni false e quelle distorte per scarsa conoscenza o per malizia o per fini politici o economici non dichiarati.

In fondo, l’iniziativa dei docenti bolognesi è un’assunzione di responsabilità, con una formula nuova, ed è un segnale di allarme. Il Paese non può permettersi che diminuisca il numero di persone consapevoli e informate, che l’impegno nello studio diventi un disvalore, che la disinformazione si diffonda come una malattia contagiosa e che si allarghi ulteriormente la separazione tra luoghi di produzione del sapere (come l’Università) e la società civile. E’ uno scenario distopico che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze.

Pubblicato sul Sole24Ore del 10 – 5 2019

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