Dov’è finita l’università ?
E’ in corso un dibattito intenso, a tratti estenuante, su manovra commerciale, migranti, sicurezza, reddito di cittadinanza, “quota 100” e superamento della legge Fornero, per non parlare di deficit di bilancio e di Europa. Tutti temi importanti, ci mancherebbe, anzi importantissimi. Ma della profondissima debolezza strutturale del nostro sistema formativo nessuno sembra interessarsi più di tanto. Eppure che tante criticità nascono proprio da lì.

Siamo ai livelli più bassi della formazione in Europa e abbiamo gli investimenti pubblici (e anche privati) più bassi nella ricerca. Abbiamo il più basso numero di laureati e di dottori di ricerca e per di più l’età media è alta, il che spesso li porta fuori mercato. Ma la gente è ormai talmente assuefatta alle statistiche che vedono l’Italia tra gli ultimi che nemmeno ci fa più caso. E poi, come distinguere quelle vere da quelle “fake”. A chi credere? Non certo ai professori universitari che notoriamente parlano “portando l’acqua al loro mulino.”
Eppure che stiamo cominciando a vedere che abbiamo pochi medici e che le aziende faticano a trovare ingegneri e nelle scuole cominciano a scarseggiare gli insegnanti di matematica e di scienze. Ma formare medici e ingegneri e scienziati costa molto e richiede investimenti.
Per non parlare del “destino dei bravi”. Quelli troppo bravi, quelli più motivati, quelli più testardi vanno all’estero dove trovano gente furba pronta a valorizzarli e ad accoglierli. Altri restano, e sono quelli del “nonostante tutto”. Sono animati da passione profonda e forse sanno che la passione sarà il solo vero carburante per molti e molti anni a venire.

Tutti i nodi irrisolti sono ancora qui: il sottofinanziamento, l’obsolescenza delle strutture di ricerca, il precariato, la immobilità delle carriere, la insostenibile burocrazia quotidiana, la confusione nei ruoli. Si pensi che a quasi quaranta anni dalla sua istituzione il mondo dei decisori politici ha ancora idee confuse su cosa sia il dottorato di ricerca e a cosa serva. I dottorandi sono considerati alternativamente “precari della ricerca” oppure studenti di terzo livello universitario con borsa di studio, ma studenti. Se poco si sa del dottorato, ancora meno si capisce della (dis)organizzazione del personale di ricerca: la fase pre-professorale è ridiventata una giungla. Nel sistema coesistono oggi ricercatori con il posto fisso (RTI), ricercatori con il posto quasi fisso e con la quasi certezza di diventare associati (RTDB), ricercatori a tempo determinato (RTDA, molti con abilitazione) alcuni su finanziamento di ateneo e altri su finanziamenti esterni) e poi tantissimi assegnisti di ricerca, e poi professori a contratto variamente coinvolti nella attività didattica. A leggere i “social” poi sono tutti in guerra contro tutti: chi ha il posto fisso vuole fare carriera, chi è a tempo determinato vuole avere il posto fisso, chi ha una borsa di studio vuole un contratto, chi l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) vuole poterla sfruttare anche se il numero di abilitazioni è largamente superiore al numero di posizioni che si renderanno mai disponibili. E tutti hanno ragione. Un  disastro

Ci sarebbe tantissimo da fare e subito.
Tuttavia, devo ammettere, che, paradossalmente, invoco con un certo timore l’interesse di questo Parlamento per l’università. Se penso a come è comparso – e, per fortuna, subito scomparso – il tema del numero chiuso a medicina… qualcuno si deve essere accorto che imboccare quella strada senza riforme strutturali voleva dire “colpito e affondato” sulla nostra capacità di  formare buoni medici.

L’unica cosa che andrebbe fatta, cioè finanziare massicciamente il sistema universitario, sembra lontana dalle previsioni di intervento del Governo. In nessuno degli infiniti dibattiti di questi mesi, delle interviste, dei “post” sui social si è fino a ora sentito dire “la priorità assoluta va a colmare il deficit culturale con il resto dell’Europa”.
Eppure che il rilancio della nostra economia e la possibilità di creare posti di lavoro (anche da assegnare con i centri per l’impiego) passa anche dalla capacità del nostro sistema produttivo di mantenersi competitivo a livello internazionale innovando  attraverso l’interscambio con il sistema della ricerca.

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