“Sapere è importante, anche per cercare quello che non si sa”. Lo ricordo spesso ai miei studenti. Siccome non si può sapere tutto, lo studio deve servire anche per orientarsi tra le fonti di informazione. Serve per porre le domande giuste e per valutare la attendibilità delle risposte. Serve, in altre parole, per stabilire la “veridicità” delle fonti di informazione vuoi che si tratti di libri di testo, di pubblicazioni o del mare magnum della rete.
Impresa complessa in questi tempi di sistematica demolizione – quando non di demonizzazione – delle fonti di informazione ritenute “ufficiali” (e tra queste ci sono ormai anche gli insegnanti di ogni ordine e grado). Delegittimare le fonti delle informazioni  è un modo per tagliare il collegamento tra ciò che è falso e ciò che è vero.

E così succede che opinioni su temi come vaccini, terapie, alimenti, tecnologie, ma anche storia, economia, psicologia e diritto ecc. vengano confuse con le informazioni contenute in testi, manuali, e pubblicazioni scientifiche.  Straordinario equivoco dei nostri tempi, estensione aberrante del concetto “l’opinione di Tizio vale quanto quella di Sempronio”. Non importa se Tizio ha studiato per anni quella materia, e magari la insegna anche, mentre Sempronio si è formato sui social o ascoltando qualche amico che nella vita si occupa di tutt’altro.

La “veridicità” delle fonti è sempre più incerta e non solo per colpa dei social network. E’ il dogma stesso della credibilità delle pubblicazioni scientifiche, fondamenta dello scambio pubblico di saperi e di conoscenze acquisite mediante la ricerca, che si sta progressivamente sgretolando.

Non è più sufficiente dire “questi dati sono stati pubblicati su questo o quel giornale scientifico” per dare autorevolezza a un risultato (e magari chiudere la bocca a qualche ciarlatano). Non basta più.
La moltiplicazione di riviste scientifiche on line  (i così detti predatory journals) che offrono – pagando s’intende – rapida pubblicazione in una miriade di settori  è diventata la nuova peste della letteratura scientifica. Chi opera nella ricerca riceve quotidianamente  richieste, più o meno allettanti, per pubblicare su questa o quella rivista open access dietro pagamento di un fee che può essere anche di qualche migliaio di euro. E’ sufficiente una pagina web un po’ smart e un editorial board più o meno fasullo e il gioco è fatto. Con questi canali è  molto facile che nella letteratura entrino risultati falsi, duplicati o artefatti, dal momento che spesso non vengono valutati da esperti (il famoso peer review). 

Per non parlare del plagio. Anche questo problema non è nuovo, ma oggi rischia di assumere proporzioni spaventose. Esistono provider che offrono on line paraphrasing service per riscrivere testi senza modificarne il significato originale per pochi centesimi a parola (in genere il costo dipende dal tempo di risposta). La protezione dal plagio è garantita da software on line che consentono di confrontare testi e verificare che sia stato fatto un buon lavoro.

Con all’incirca 4000 predatory journals che offrono la possibilità di pubblicare senza controllo risultati falsi o duplicati in modo semi automatico, il concetto di “verità scientifica” rischia di perdere qualsiasi significato.  Risultati finti o copiati, pubblicati su finte riviste scientifiche e magari persino discussi in finte conferenze (predatory conferences, anche queste migliaia ogni anno), stanno trasformando la presunta / acclamata / conclamata democrazia della rete in una palude inquinata e piena di rifiuti tossici in cui è facile che i ricercatori onesti finiscano per affogare.

Tra i rischi che si corrono, oltre all’ovvia dequalificazione del patrimonio culturale a  disposizione di tutti, c’è quello, non marginale, di spingere le comunità scientifiche a proteggersi rinchiudendosi in sè stesse. Una sorta di ritorno al passato, quando le conoscenze erano condivise tra piccoli gruppi di scienziati e studiosi che le trasmettevano solo per appartenenza di scuola, riconoscendosi come pari, con buona pace della “democrazia della rete” e dell’ open access.

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