Pubblicato il 2/2/17 sul Sole 24 Ore

Ciarlatani, gonzi, furbetti e fanatici sono sempre esistiti. Nessuna novità. La differenza straordinaria oggi sta nella possibilità di raggiungere simultaneamente e senza mediazione un numero enorme di soggetti.

Sono già intervenuto su questo giornale sulla diffusione via social network di atteggiamenti di rifiuto delle conoscenze e di sfiducia verso la scienza (“oscurantismo di ritorno”). Un diverso aspetto del problema è il dilagare del “populismo scientifico”, ovvero l’uso di informazioni pseudo-scientifiche per alimentare paure, diffondere teorie complottiste e/o prospettare cure salvifiche in nome della democrazia della rete.

Cerchiamo di approfondire. La prima considerazione è che sui social tutte le informazioni sono di pari livello, hanno la stessa dignità. Mentre libri e pubblicazioni scientifiche, prima di essere posti sullo scaffale o pubblicati, sono analizzati da esperti del campo, la rete – in modo falsamente democratico – non discrimina.

Un secondo problema è quello delle “fonti”. Una delle prime cose che si insegna a uno studente è l’importanza della bibliografia per porre il risultato ottenuto nel contesto del lavoro fatto da altri. Il contesto scientifico è fondamentale per avviare nuovi studi senza correre il rischio di ripetere qualcosa che già è stato scoperto, pensato, sperimentato o pubblicato prima. L’informazione in rete, scollegata dalle fonti, o con fonti inesistenti, è presentata come verità assoluta, anche se spesso priva di paternità, rendendo estremamente difficile, se non impossibile, la distinzione tra vero, parzialmente vero, e falso.

Un terzo elemento da considerare è il valore commerciale dei temi di grande richiamo (vaccinazioni, terapie contro i tumori, alimentazione ecc.). Siti costruiti ad hoc sono in grado di promuovere e raccogliere donazioni on-line: è sufficiente qualificarsi come centro di ricerca o fondazione e costruire una bella home-page per campagne di fund raising incontrollate. Anche qui la rete non discrimina. A questi meccanismi, che fanno leva sulla ingenuità e sulla mancanza di strumenti critici di larga parte degli utilizzatori della rete, si aggiunge il fatto che molti siti associano pubblicità commerciale (vera) a notizie false o prive di sostanza, meglio se eclatanti e controverse.

C’è poi il ruolo della stampa, soprattutto on-line, che spesso accredita notizie senza verifica scientifica al solo scopo di aumentare il numero di “clic” e di condivisioni, agendo spesso da propagatori di informazioni sbagliate.
Il giornalismo d’inchiesta, quando c’è, contribuisce invece in modo fortemente positivo alla battaglia contro la pseudo-scienza. Nel 2013 Alison Abbott di Nature svelò che nel brevetto del metodo “stamina” (metodo poi bocciato dal comitato di esperti nominati dal ministero) erano state usate immagini già pubblicate da altri ricercatori e riguardanti argomenti completamente diversi.

Analogamente, fu il giornalista Brian Deer a svelare gli errori di metodo – e il conflitto di interessi ad essi correlato – nei dati contenuti nell’articolo di Andrew Wakefield sulla connessione tra vaccino trivalente ed autismo. L’inchiesta che ne seguì portò all’espulsione di Wakefield dall’ordine dei medici britannici e al ritiro dell’articolo da parte della rivista Lancet. Nonostante questi risultati e la condanna generalizzata del mondo scientifico si continua ad alimentare false notizie, che allontanano le famiglie dalle vaccinazioni con conseguenze che cominciamo a vedere, e a prospettare e vendere pseudo-cure salvifiche facendo leva sulla sensibilità dei malati e dei loro parenti.

L’ultimo attore, e non di minore importanza, è la politica. La distribuzione delle interrogazioni parlamentari sulle “scie chimiche” è abbastanza bipartisan; un po’ meno bipartisan sono le posizioni sui vaccini, anche se si è evitato per poco che il film Vaxxed, contro le vaccinazioni, fosse proiettato al Senato della Repubblica. Anche le pseudo-terapie contro i tumori, per l’innegabile impatto sociale, attraggono molto interesse tra i parlamentari, e non sono mancate iniziative a sostegno di questa o quella terapia “home-made” e iniziative estemporanee per finanziare studi clinici giudicati inutili dalla comunità scientifica.

Il corto circuito è completo: pseudo-scienza, interessi economici, interessi elettorali e una piattaforma per raggiungere in modo virale milioni di persone. Però la rete esiste. Anche il telefono rappresentò un cambio di paradigma nelle comunicazione tra persone, e fu così per la televisione, e così oggi è il web. Indietro non si torna. Che fare?

Trattandosi di contagio virale la prevenzione è tutto. Servono igiene e anticorpi. L’igiene dipende molto dalla possibilità di rendere svantaggioso per media e politica la diffusione di informazioni non supportate da ricerche attendibili e svantaggioso per la grande pubblicità investire “turandosi il naso”. Gli anticorpi possono venire solo da una diffusa cultura scientifica, compito della scuola e dell’università. E poi ci sono i “vaccini on-line” cioè la sistematica immissione di informazioni corrette e comprensibili negli stessi canali usati per diffondere la pseudo-scienza. E’ un impegno aggiuntivo di divulgazione efficace al quale sono chiamati oggi i ricercatori e che deve avere il sostegno aperto della buona politica.

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